Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, riaccendendo i timori per le forniture globali di energia e per un nuovo aumento dei costi di trasporto e produzione. Il Brent, riferimento internazionale per il greggio, ha toccato durante gli scambi asiatici quota 100,19 dollari al barile, superando per la prima volta dal 24 luglio la soglia simbolica dei 100 dollari. In seguito è sceso leggermente sotto quel livello, mentre il West Texas Intermediate americano è salito oltre i 94 dollari.
L’aumento riflette soprattutto il deterioramento della situazione in Medio Oriente. Dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran, il 28 febbraio, il mercato petrolifero ha attraversato una fase di forte volatilità: il Brent ha raggiunto un massimo di 126,41 dollari il 30 aprile, per poi scendere nei mesi successivi. Da inizio agosto, tuttavia, il prezzo è aumentato di circa un quarto, con il progressivo indebolimento delle aspettative di una soluzione duratura alla crisi.
Le tensioni si sono aggravate ulteriormente dopo gli attacchi condotti dagli Houthi, sostenuti dall’Iran, contro infrastrutture energetiche in Arabia Saudita. Alcuni impianti petroliferi sono stati incendiati e sono cresciuti i timori per la sicurezza delle rotte commerciali nel Mar Rosso, diventato negli ultimi mesi un passaggio ancora più importante a causa delle difficoltà nello Stretto di Hormuz.
Proprio Hormuz resta uno dei punti più delicati. Prima dell’ultima ripresa dei combattimenti, tra otto e nove milioni di barili al giorno transitavano attraverso lo stretto, secondo i dati citati da Rystad Energy. Successivamente i flussi sono scesi sotto i due milioni di barili al giorno. Il calo ha aumentato la pressione sul mercato e accresciuto il valore attribuito al rischio geopolitico.
“La questione principale è capire se i recenti attacchi alle petroliere ridurranno i trasferimenti da nave a nave nel Golfo dell’Oman”, ha osservato Hamad Hussain, economista di Capital Economics. Queste operazioni hanno infatti contribuito finora a mantenere una parte del greggio disponibile sui mercati internazionali, attenuando l’impatto delle restrizioni ai transiti regionali.
Le preoccupazioni del mercato sono confermate anche dai dati dell’Agenzia internazionale dell’energia. Nel rapporto di agosto, l’IEA ha stimato che l’offerta mondiale di petrolio potrebbe diminuire nel 2026 di circa 4,3 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della produzione globale. L’Agenzia attribuisce gran parte della contrazione alle perdite di produzione in Medio Oriente e Russia, solo in parte compensate dall’aumento dell’estrazione nelle Americhe.
L’IEA ha inoltre segnalato che le scorte mondiali osservate sono diminuite di 69 milioni di barili nel solo mese di luglio e di circa 410 milioni dall’inizio della guerra. La combinazione tra minori esportazioni dal Golfo, scorte più basse e problemi nella raffinazione rende il mercato più sensibile a ogni nuova interruzione.
La prospettiva di prezzi elevati non riguarda soltanto i produttori e gli investitori. Il petrolio più caro tende a trasferirsi sul costo dei carburanti, dei trasporti e di numerosi beni, aumentando il rischio di nuove pressioni inflazionistiche. La risalita del Brent sopra i 100 dollari ha già contribuito a mettere sotto pressione i mercati finanziari internazionali e i rendimenti obbligazionari.
Anche le grandi banche stanno rivedendo le proprie previsioni. Goldman Sachs, Bank of America e HSBC hanno alzato negli ultimi giorni le stime sul prezzo del greggio, mentre gli operatori cominciano a considerare l’attuale rialzo non più soltanto come un fenomeno temporaneo.
Jeffrey Currie, co-presidente di Abaxx Markets, ha parlato di un “premio per la sicurezza” destinato a pesare sempre di più sui prezzi. Il punto, secondo gli analisti, è che il mercato non sta reagendo soltanto a un singolo episodio militare, ma a un rischio più ampio e persistente: la possibilità che il conflitto continui a limitare per mesi l’accesso a una delle aree più importanti al mondo per la produzione e il trasporto di petrolio.
Il superamento dei 100 dollari è il segnale di un mercato che sta incorporando dentro le proprie dinamiche fluttuanti il rischio di una crisi più lunga, con minori forniture, rotte commerciali più fragili e margini ridotti per compensare nuove interruzioni. Finché non emergerà una soluzione politica capace di stabilizzare il Medio Oriente e riaprire con continuità i principali corridoi energetici, la volatilità del petrolio resterà uno dei principali fattori di incertezza per l’economia globale.