PECHINO - La crisi venezuelana si sposta sul piano della geopolitica globale: mentre il presidente statunitense Donald Trump annuncia il controllo di milioni di barili di greggio venezuelano, la Cina risponde con una condanna durissima, definendo l’azione un “atto di prepotenza” che viola il diritto internazionale.

Intanto, ai confini, la Colombia mobilita l’esercito nel timore di un’ondata migratoria senza precedenti. 

La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha reagito con fermezza alle ultime dichiarazioni di Trump, il quale ha annunciato su Truth che il governo ad interim di Delcy Rodríguez consegnerà agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio precedentemente sanzionato. 

“L’uso sfacciato della forza e la pretesa di disporre delle risorse altrui secondo il principio ‘America First’ ledono seriamente la sovranità del Venezuela”, ha dichiarato la portavoce. Pechino, che finora ha acquistato circa il 90% del greggio di Caracas, ha ribadito che i propri interessi legittimi nel Paese caraibico devono essere salvaguardati. 

La reazione cinese arriva dopo i resoconti secondo cui Washington avrebbe intimato alla presidente ad interim di interrompere ogni legame economico con Cina, Russia, Iran e Cuba, imponendo una cooperazione esclusiva con gli Stati Uniti. 

Donald Trump ha confermato che il petrolio “di alta qualità” sarà prelevato e portato direttamente nei moli di scarico statunitensi. “Questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!” ha scritto Trump. 

Il segretario all’Energia, Chris Wright, è già operativo per attuare il piano: sono previsti incontri immediati con i vertici delle grandi compagnie petrolifere globali, culminando in un vertice a Washington venerdì prossimo per coordinare lo sfruttamento dei giacimenti. 

Mentre le grandi potenze si contendono le risorse, la Colombia del presidente Gustavo Petro affronta l’emergenza umanitaria. Bogotà ha schierato oltre 30mila membri delle Forze Armate lungo i 2.219 chilometri di confine.  

Gli obbiettivi della missione sono contenere un potenziale esodo di massa e prevenire infiltrazioni di gruppi armati (Eln e dissidenti Farc) che potrebbero sfruttare l’instabilità politica a Caracas. 

Il posto di Comando è a Cúcuta, la città di confine dove vivono migliaia di migranti, dove si respira un’atmosfera sospesa. Se da un lato l’esercito schiera i carri armati, dall’altro si registrano festeggiamenti spontanei della diaspora venezuelana: “Grazie a Trump per averci liberato da Maduro; ora completi la transizione per farci tornare a casa con dignità,” ha dichiarato Luis Navas, uno dei 2,8 milioni di migranti ospitati in Colombia.