MILANO - È stata fissata per l’8 luglio, davanti alla seconda sezione penale della Cassazione, l’udienza del processo a carico di Irene Pivetti, ex presidente della Camera, condannata in primo e secondo grado a 4 anni di reclusione per evasione fiscale e autoriciclaggio. La vicenda riguarda una presunta finta compravendita di tre Ferrari Granturismo, nel 2016, al gruppo cinese Daohe. 

La difesa di Pivetti, rappresentata dall’avvocato Filippo Cocco, ha depositato nelle scorse settimane il ricorso alla Suprema Corte contro la sentenza di condanna. L’udienza in Cassazione rappresenta quindi l’ultimo passaggio processuale per l’ex esponente leghista, che da tempo ribadisce la propria innocenza. 

Nel dicembre scorso la Corte d’Appello di Milano aveva confermato la decisione del Tribunale.  

Il procedimento nasce dall’inchiesta del pm Giovanni Tarzia e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza, nella quale era stato disposto anche un sequestro da oltre 3,4 milioni di euro, poi passato al vaglio della Cassazione.  

In secondo grado sono state confermate anche le condanne a due anni, con pena sospesa e non menzione, per il pilota di rally ed ex campione di Granturismo Leonardo “Leo” Isolani e per la moglie Manuela Mascoli. Confermata anche la confisca di quasi 3,5 milioni di euro che erano stati “congelati” nell’ambito del procedimento. 

Secondo l’impostazione accusatoria, Only Italia, società riconducibile a Pivetti, avrebbe avuto un ruolo di intermediazione in alcune operazioni commerciali del Team Racing di Isolani, che avrebbe cercato di sottrarre al fisco alcuni beni - tra cui le tre Ferrari Granturismo - a fronte di un debito fiscale di circa cinque milioni di euro. Le auto, secondo la ricostruzione contestata, sarebbero state al centro di una compravendita ritenuta fittizia e poi trasferite in Spagna. 

Per la Procura, l’unico bene effettivamente ceduto al gruppo cinese Daohe sarebbe stato il marchio della Scuderia Isolani abbinato al logo Ferrari. In questa ricostruzione, Pivetti avrebbe acquistato il marchio per 1,2 milioni di euro per poi rivenderlo alla società cinese a 10 milioni. 

Di recente, inoltre, la Procura di Milano ha chiuso un’altra inchiesta a carico di Pivetti e di altre otto persone sulla compravendita dalla Cina, per 35 milioni di euro, di mascherine durante l’emergenza Covid, un procedimento distinto da quello che approderà in Cassazione.