GENOVA - La Procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio di Mohammad Hannoun, architetto e attivista palestinese di 64 anni, presidente dell’Associazione palestinesi in Italia, e di altre cinque persone accusate di aver contribuito al finanziamento di Hamas attraverso una rete di organizzazioni benefiche. 

L’udienza preliminare è stata fissata per il 12 novembre davanti alla giudice Carla Pastorini, chiamata a valutare se gli elementi raccolti dagli inquirenti siano sufficienti per disporre il processo. 

Tra le novità emerge la posizione dello Stato di Israele, indicato nel decreto di fissazione dell’udienza come parte offesa insieme allo Stato italiano, che avrà quindi la possibilità di chiedere di costituirsi parte civile nell’eventuale processo. 

L’inchiesta, coordinata dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Genova Marco Zocco e Luca Monteverde, riguarda una raccolta di fondi che sarebbe proseguita dal 2001 al 2025 attraverso l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp) e altri due enti collegati. 

Secondo l’accusa, il sistema avrebbe raccolto complessivamente oltre 18 milioni di euro, presentati ai donatori come contributi destinati all’assistenza della popolazione palestinese. Di questa somma, più di sette milioni sarebbero stati trasferiti direttamente o indirettamente a strutture riconducibili ad Hamas. 

Gli investigatori ritengono che Hannoun avesse un ruolo di vertice in una presunta articolazione italiana dell’organizzazione palestinese, insieme a Riyad Albustanji, Yaser Elasaly e Raed Dawoud, gli altri tre indagati per i quali viene contestata l’appartenenza all’associazione con finalità di terrorismo. 

La richiesta di rinvio a giudizio riguarda anche Khalil Abu Deiah e Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa. Per entrambi l’ipotesi è quella di concorso esterno in associazione con finalità di terrorismo: secondo la Procura, avrebbero sostenuto la raccolta e la movimentazione dei fondi senza far parte dell’organizzazione. 

Tutti e sei erano stati arrestati il 27 dicembre 2025. Hannoun si trova attualmente nel carcere di alta sicurezza di Terni, mentre Albustanji, Elasaly e Dawoud sono detenuti in altri istituti penitenziari italiani. Abu Deiah e Abu Rawwa sono stati invece scarcerati nei mesi scorsi su decisione del Tribunale del Riesame. 

La vicenda giudiziaria è stata segnata da un acceso confronto serrato sull’attendibilità e sull’utilizzabilità delle prove. Nell’aprile scorso la Corte di Cassazione aveva annullato con rinvio la decisione del Riesame che confermava la custodia cautelare, chiedendo una nuova valutazione complessiva del quadro indiziario. 

I giudici avevano infatti rilevato criticità nell’impiego di informazioni provenienti da fonti aperte, non sempre adeguatamente identificate e verificate, e nella documentazione trasmessa da apparati di sicurezza israeliani. 

Una parte di quel materiale, raccolto durante operazioni militari nella Striscia di Gaza, era stata ritenuta inutilizzabile. La Procura ha successivamente cercato di acquisire ulteriori elementi, anche chiedendo di poter interrogare un agente dell’intelligence israeliana che aveva fornito documenti agli investigatori italiani. 

Dopo il nuovo esame, il Riesame ha comunque confermato la detenzione di Hannoun e degli altri tre indagati rimasti in carcere, e il 9 ottobre la Cassazione ha respinto un ulteriore ricorso contro le misure cautelari. 

La difesa continua a respingere l’impostazione accusatoria, sostenendo che l’attività delle associazioni fosse rivolta all’assistenza umanitaria della popolazione palestinese, facendo leva sulla distinzione tra il finanziamento di attività sociali in territori amministrati da Hamas e il sostegno consapevole alle sue finalità terroristiche. 

La difesa richiama anche un precedente del 2018, quando la Procura di Roma archiviò un’indagine su un membro della stessa associazione, anche lui accusato di finanziamenti ad Hamas. Il pubblico ministero Eugenio Albamonte, al tempo, aveva ritenuto necessario distinguere gli aiuti umanitari dal sostegno alle attività terroristiche, anche quando i fondi raggiungono organizzazioni operanti nei territori controllati da Hamas. 

Sul piano processuale si apre intanto un’altra questione. Hannoun, attraverso i suoi difensori Fabio Sommovigo e Dario Rossi, chiederà di poter assistere personalmente alle udienze, anziché collegarsi in videoconferenza dal carcere, come attualmente disposto. 

Sul procedimento pesa infine una scadenza ravvicinata, visto che per i quattro indagati ancora detenuti, il 27 dicembre rappresenta il termine entro il quale dovrà intervenire una decisione che consenta di proseguire la custodia cautelare. In caso contrario scatterebbe la scarcerazione per decorrenza dei termini.