BUENOS AIRES – Come si coltiva il talento? Come nasce il genio? È una qualità innata della persona, un dono ereditato dai genitori o il risultato di studio e allenamento? O, ancora, un miscuglio alchemico di questi tre elementi?

È la domanda che accompagna il film Primavera, arrivato a Buenos Aires per la Semana de cine italiano (a Cinepolis Recoleta) e che, dopo la première di domenica 6 settembre, sarà proiettato mercoledì 9 alle 16:30 e alle 20:15, sempre a Cinepolis Recoleta (Vicente López 2025, a Buenos Aires).

Il regista è Damiano Michieletto, al suo esordio cinematografico dopo una lunga carriera in teatro. Per questo film ha vinto il Nastro d’argento come Miglior esordio dalla regia, oltre a 4 David di Donatello su varie nomination.

La storia si svolge nella Venezia del Settecento, nell’Ospedale della Pietà, un orfanotrofio femminile dove le bambine lasciate nella famosa “ruota” (una porta girevole dove la madre non era obbligata a farsi vedere in volto) ricevevano un’istruzione e venivano avviate allo studio della musica.

Le più dotate entravano a far parte di un’orchestra che si esibiva dietro una grata, affinché i nobili e i benefattori dell’orfanotrofio non le vedessero mai in volto.

Una volta uscite dalla pubertà, le ragazze venivano come spose a qualche ricco vedovo o a militari di carriera e a quel punto avrebbero dovuto abbandonare per sempre la musica e dedicarsi al ruolo di mogli e madri.

La protagonista è Cecilia (Tecla Insolia), una sedicenne inquieta che ha trascorso tutta la sua vita tra le mura dell’orfanotrofio, nella speranza che prima o poi sua madre tornasse a cercarla. A lei scrive lettere che mai potrà spedire, usando come quaderno il pentagramma degli spartiti musicali.

È sorvegliata a vista dalla Priora (Fabrizia Sacchi), la direttrice dell’orfanotrofio, una donna dura, ma consapevole della ferita che Cecilia si porta dietro dalla nascita e del suo potenziale di ribellione.

La giovane possiede un talento straordinario per il violino, che esplode quando il maestro di musica, un anziano sacerdote, viene sostituito da un nuovo docente, che è anche violinista e compositore: Antonio Vivaldi. Sullo schermo ha il volto di Michele Riondino (noto per il suo ruolo da protagonista nel Giovane Montalbano).

Il “prete rosso”, come lo chiamavano i suoi contemporanei per il colore dei capelli, è giovane e ha idee rivoluzionarie sulla musica. Riconosce immediatamente il talento di Cecilia, tanto da volerla come “concertina” (primo violino).

Tra i due nasce un rapporto profondo, fatto di ammirazione e rispetto. Ognuno vede nell’altro un po’ di se stesso. Anche il destino di Vivaldi è stato deciso da altri. Obbligato alla carriera ecclesiastica da un voto della madre, soffre di una cardiopatia congenita che lo affligge con una tosse continua e gli preclude tutto quello che nella vita genera forti emozioni. Come dice la più spregiudicata delle ragazze dell’orfanotrofio, “tutti sanno che se tocca una donna gli viene un infarto”.

Quando Cecilia scopre che sarà presto costretta a sposare Andrea Sanfermo (Stefano Accorsi), eroe della guerra contro i turchi, la musica diventa per lei una strada per esprimere se stessa, i desideri più profondi, per dare voce alla voglia di vivere e di ribellarsi a un destino apparentemente ineluttabile, fino alle estreme conseguenze.

La locandina del film.

Se la storia di Cecilia è frutto di fantasia (il film è un adattamento del romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, pubblicato nel 2008 da Einaudi e vincitore del Premio Strega), il legame tra Antonio Vivaldi e le “Figlie del Coro” dell’Ospedale della Pietà di Venezia è una realtà storica.

Questa collaborazione, durata dal 1703 al 1740, non fu solo una relazione didattica, ma un vero e proprio laboratorio artistico che rivoluzionò la musica barocca europea e diede vita a un’orchestra di altissimo livello, che si esibiva in tutta Europa e spesso con più successo di quelle maschili.

Vivaldi conosceva le capacità e i punti di forza di ogni singola musicista. Il maestro, poi, volle introdurre nell’orchestra strumenti nuovi, come il clarinetto, la tiorba, il violoncello, le percussioni. Di fatto, la scuola di musica dell’orfanotrofio divenne il modello dei moderni Conservatori.

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