BOSTON – La giuria del processo a carico di Lindsay Clancy ha comunicato di non essere riuscita a raggiungere una decisione unanime sulla responsabilità penale della donna per l’uccisione dei suoi tre figli, ma il giudice William Sullivan ha ordinato ai giurati di proseguire le deliberazioni.
Ieri, quarto giorno di confronto, la comunicazione ha rappresentato il primo segnale formale di una situazione di stallo in un procedimento seguito con grande attenzione negli Stati Uniti e incentrato sulle condizioni di salute mentale dopo il parto.
Clancy, 36 anni, ex infermiera specializzata in travaglio e parto, non contesta di avere ucciso i figli Cora, Dawson e Callan, rispettivamente di cinque anni, tre anni e otto mesi.
La difesa sostiene però che al momento dei fatti fosse affetta da psicosi postpartum e incapace di comprendere pienamente la natura delle proprie azioni. La donna si è dichiarata non colpevole per mancanza di responsabilità penale.
L’accusa sostiene invece che Clancy fosse consapevole di ciò che stava facendo e abbia deliberatamente deciso di uccidere i bambini.
Sullivan ha ricordato alla giuria la complessità del procedimento, durato più di quattro settimane e comprendente le testimonianze di oltre 80 persone e circa 300 elementi di prova.
Proprio per l’ampiezza del materiale esaminato, ha chiesto ai giurati di tornare a discutere nel tentativo di raggiungere un verdetto.
Le possibilità comprendono una condanna per omicidio o omicidio preterintenzionale, oppure l’assoluzione qualora venga ritenuto che le condizioni psichiatriche della donna abbiano escluso la responsabilità penale.
Una condanna per omicidio potrebbe comportare l’ergastolo. Anche in caso di assoluzione, tuttavia, un giudice potrebbe disporre il ricovero di Clancy in una struttura psichiatrica qualora una valutazione stabilisse che rappresenta un pericolo per la collettività.
Se la giuria non dovesse raggiungere un verdetto e venisse dichiarato nullo il processo, le accuse resterebbero in vigore e la procura dovrebbe decidere se celebrarne uno nuovo davanti a un’altra giuria.
Durante il dibattimento sono emerse valutazioni divergenti da parte degli specialisti.
La difesa ha sostenuto che Clancy amasse profondamente i propri figli, ma avesse perso il contatto con la realtà a causa di disturbo bipolare e psicosi postpartum.
Uno psicologo forense chiamato dall’accusa ha invece concluso che la donna, depressa e intenzionata a togliersi la vita, avrebbe ucciso i bambini perché non voleva lasciarli indietro.
La madre e la sorella di Clancy hanno raccontato che, dopo la nascita del terzo figlio, la donna era diventata ansiosa, paranoica e incline al suicidio.
Nei mesi precedenti alle uccisioni aveva cercato assistenza per il peggioramento delle proprie condizioni ed era stata anche ricoverata in un ospedale psichiatrico.
Meno di tre settimane dopo essere stata dimessa, Clancy mandò il marito a fare una commissione e uccise i tre bambini nel seminterrato dell’abitazione familiare a sud di Boston. Tentò poi di togliersi la vita e da allora è paralizzata dalla vita in giù.
I suoi legali sostengono che avesse sentito una voce che le ordinava di uccidere i figli prima di suicidarsi.
Clancy ha scelto di non testimoniare. Durante il processo ha assistito alle udienze dal banco della difesa, mentre la giuria ha ascoltato anche l’ex marito Patrick Clancy e la sua drammatica telefonata al 911 dopo la scoperta dei corpi senza vita.
Patrick Clancy ha dichiarato pubblicamente di avere perdonato l’ex moglie, ritenendola malata piuttosto che malvagia.
La psicosi postpartum è una condizione più rara e grave della depressione postpartum: secondo le stime citate nel processo, colpisce una o due donne ogni mille dopo il parto.