PECHINO - A meno di una settimana dalla partenza di Donald Trump da Pechino, il presidente russo Vladimir Putin sarà oggi nella capitale cinese per una visita di Stato di due giorni. L’obiettivo dichiarato dal Cremlino è “rafforzare ulteriormente il partenariato globale e la cooperazione strategica”, celebrando relazioni che lo stesso leader russo, in un videomessaggio al popolo cinese, ha definito “veramente a un livello senza precedenti”.
A dimostrazione dell’importanza del viaggio, la delegazione russa comprende tutti i vice primi ministri competenti, numerosi ministri e i vertici delle principali aziende del Paese. Il portavoce Dmitry Peskov, interpellato sul fatto che la rappresentanza russa sia più numerosa rispetto a quella portata da Trump, ha glissato affermando che Mosca “non è in competizione con nessuno in termini di composizione”.
Domenica scorsa, i due leader si erano già scambiati lettere di congratulazioni per celebrare il 30° anniversario del partenariato strategico (il 2026 segna anche i 25 anni del Trattato di buon vicinato), mentre domani è prevista la firma di una dichiarazione congiunta al termine dei colloqui bilaterali, seguiti da un incontro separato tra Putin e il premier cinese Li Qiang.
Come sottolineato dal quotidiano statale Global Times, il fatto che Pechino ospiti le due superpotenze a pochi giorni di distanza dimostra come la Cina stia “rapidamente diventando il centro della diplomazia globale”, capace di coinvolgere sia Washington che Mosca in un contesto di forte incertezza internazionale.
Nonostante i tentativi russi di minimizzare le coincidenze temporali (la visita di Trump era prevista a marzo ma è stata posticipata a causa del conflitto con l’Iran), i parallelismi tra i due vertici sono inevitabili. Se l’incontro con il tycoon ha assunto la forma di una cerimonia solenne volta ad allentare le tensioni tra pari, il faccia a faccia con Putin si concentrerà sulla concreta resilienza geopolitica ed energetica.
Tuttavia, sullo sfondo restano le indiscrezioni del Financial Times. Secondo il quotidiano economico, durante i colloqui della scorsa settimana, Xi Jinping avrebbe confessato a Trump che Putin potrebbe finire per pentirsi di aver lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Si tratterebbe di un commento decisamente più sbilanciato rispetto alla tradizionale postura ambigua di Pechino, che da un lato difende formalmente la sovranità territoriale ucraina e dall’altro legittima le richieste di sicurezza di Mosca. Nei comunicati ufficiali del bilaterale Trump-Xi, la questione ucraina è stata quasi ignorata, lasciando spazio ai dossier su commercio, Taiwan e Medio Oriente.
Dall’inizio della guerra, la Cina è diventata il principale acquirente di idrocarburi russi, assorbendo oltre un quarto delle sue esportazioni e garantendo a Mosca centinaia di miliardi di dollari utili a finanziare il conflitto. Al contempo, il greggio russo ha garantito la sicurezza energetica di Pechino, fondamentale da quando la crisi in Medio Oriente ha paralizzato i transiti marittimi nello Stretto di Hormuz.
Secondo Joseph Webster, ricercatore senior presso l’Atlantic Council, il tema sotterraneo del vertice potrebbe essere proprio Taiwan. Pechino punta a incrementare i contratti sui combustibili fossili per blindare i propri approvvigionamenti in caso di una futura crisi nello Stretto. La Russia, dal canto suo, spinge da tempo per sbloccare il progetto del gasdotto “Power of Siberia 2” (che aggiungerebbe 50 miliardi di metri cubi di capacità alla rete), sebbene nelle anticipazioni ufficiali non vi sia traccia di una firma imminente in tal senso. L’importanza dei legami bilaterali è comunque destinata a mantenersi salda: Putin, che ha già visitato la Cina più di venti volte, tornerà nel Paese a novembre per il vertice Apec a Shenzhen.