MOSCA - Mentre sul piano diplomatico si intrecciano dichiarazioni d’intenti per il superamento del conflitto, sullo sfondo emergono analisi ben più fosche sulle reali intenzioni del Cremlino.
A Bishkek, a margine del vertice regionale in Kirghizistan, si è tenuto l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier indiano Narendra Modi. Di fronte all’auspicio di Modi di giungere a una risoluzione pacifica delle ostilità, Putin ha assicurato l’impegno di Mosca nel cercare di portare a termine il conflitto, affermando: “Stiamo andando esattamente in questa direzione”.
Sul fronte opposto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha comunicato su X di aver avuto una conversazione telefonica “approfondita e costruttiva” con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner.
“È importante sottolineare che il dialogo tra le squadre negoziali degli Stati Uniti e dell’Ucraina prosegue senza sosta e ora stiamo discutendo per fissare le date della visita in Ucraina”, ha dichiarato il leader di Kiev, sottolineando che la missione di Witkoff e Kushner si prefigura “estremamente utile per mettere a punto soluzioni per la pace”.
Di segno opposto è la lettura proposta dall’ Economist, secondo cui Putin avrebbe maturato, dopo settimane di riflessione, la decisione di intensificare gli attacchi contro l’Ucraina per motivi strettamente personali e di conservazione del potere.
Il settimanale britannico sostiene che il presidente russo “cerca di spiegare i suoi obiettivi usando il linguaggio della geopolitica ma di fatto è guidato dalla logica criminale del suo regime: mai mostrare debolezza. Il sistema ha una elevata tolleranza per la violenza, ma non perdona il fallimento”.
In quest’ottica, concludere la guerra senza aver ottenuto almeno la conquista del Donbass verrebbe percepito a Mosca come una sconfitta inaccettabile, richiamando una confessione che Putin avrebbe fatto al proprio entourage a operazione speciale già avviata, ammettendo che “lo avrebbero impiccato” se non avesse ottenuto un risultato positivo.
Secondo le fonti dell’ Economist, la recente visita a Mosca del direttore della Cia John Ratcliffe (analogamente a quella compiuta nel novembre 2021 dal suo predecessore Bill Burns) è stata interpretata al Cremlino come un ulteriore segnale di debolezza da parte degli Stati Uniti.
A preoccupare la leadership russa resta invece la progressiva erosione del consenso interno: cala la fiducia nella propaganda televisiva, si riduce il sostegno tacito alla guerra e aumentano i commenti contrari al conflitto pronunciati sui social dai più giovani. Un sondaggio del centro Levada evidenzia come il 57% dei cittadini consideri la situazione “tesa”, un clima a cui si affianca la crescente insofferenza delle élite per il protrarsi delle ostilità.
“Si ritiene sempre di più che lo zar sia nudo”, ha sinteticamente riferito una fonte appartenente alla nomenklatura politica ed economica russa. Per la presidenza, il mantenimento dello status quo appare insostenibile: “Scenari trascinati dall’inerzia sono svantaggiosi per il Cremlino. Consumano risorse economiche e sprecano capitale politico”.
In questo contesto, l’innalzamento del livello dello scontro rimane per Putin l’unica strada percorribile, paragonabile, nella metafora del settimanale, al tentativo di un’orca di predare un orso, una dinamica che risponde tuttavia soltanto alla fantasia del presidente russo.