ROMA – Convive da sei anni con una malattia ancora misteriosa, invalidante e progressiva: il Parkinson. Che non ha impedito a Dario Franceschini, senatore Pd ed ex ministro della Cultura (2014-2018) di lavorare, viaggiare e fare politica per tutto questo tempo.

Il Parkinson non è un incidente di percorso, per quanto grave. “Ti accompagna per sempre”, racconta in un’intervista al Corriere della Sera, senza trasformare la malattia nella fine di tutto. “Colpisce il corpo, non le capacità cognitive”, aggiunge.

Nato a Ferrara quasi 68 anni fa, ex segretario del Pd e quattro volte ministro, inizia a fare politica con il Partito Popolare e la Margherita. Ex pupillo del democristiano Benigno Zaccagnini, cresciuto alla scuola del cattolicesimo democratico, di lui si parla ogni volta che nel Pd si apre una partita su leadership, alleanze e primarie.

Ma attenzione, Franceschini non ha mai avuto il piglio dell’uomo solo al comando, è piuttosto un “tessitore”, quello decisivo nel mantenere stabili gli equilibri. “È quello che dà sempre le carte”, dice di lui Matteo Renzi.

Secondo Franceschini, il Parkinson azzera le ambizioni personali” e porta via quel “senso di invincibilità” che a volte hanno i politici. Non nasconde che il primo istinto è stato nascondere la malattia. Cioè la fragilità.

Poi il senatore ha deciso di raccontarsi. “Non isolatevi, continuate a vivere – è il messaggio rivolto ai malati –. È fondamentale non scoraggiarsi, svegliarsi al mattino con qualcosa da realizzare”.

A sospettare che “qualcosa non andava” è stato il collega di partito Graziano Delrio, medico. Lo vedeva trascinare i piedi e l’ha convinto farsi visitare.

La scelta di uscire allo scoperto gli è valsa una solidarietà bipartisan. Alla vicinanza e al plauso del Pd – da Chiara Braga a Enrico Letta – per il gesto di “coraggio e dignità” si affiancano gli avversari.

Giuseppe Conte lo ringrazia per una “lezione di coraggio, dignità e forza”: prima dei ruoli viene “l’uomo, con le sue piccole e grandi fragilità”.

Il leghista Roberto Calderoli riavvolge il nastro al 2013, quando rese pubblico il suo tumore: “Parlarne in pubblico aiuta ad accendere un faro mediatico sulla ricerca” e può dare forza, osserva, a chi affronta la stessa battaglia. Cita anche il senatore dem Franco Mirabelli, che ha raccontato la convivenza con la Sla.

Carlo Calenda torna invece al nonno, il regista Luigi Comencini, colpito presto dal Parkinson e capace di girare film fino a tarda età.

L’amico e compagno di partito Goffredo Bettini gli dedica un post su Facebook: “Dario Franceschini è un grande politico. Esplicitare una condizione di salute difficile è un atto di onestà e di coraggio. La sua intelligenza, finché ne avrà voglia, serve come il pane al PD e alla democrazia italiana. A noi I’obbligo di saperla utilizzare”.

Interviene sui social anche Sandro Ruotolo, eurodeputato Pd. “Ho letto tutto d’un fiato l’intervista a Dario Franceschini sul Corriere della Sera. È una di quelle interviste che restano – scrive –. Non c’è pietismo in queste due pagine. C’è vita. Riconoscere la propria fragilità non significa essere più deboli. A volte richiede molto più coraggio che mostrarsi forti. Una lezione di vita. E anche una bella lezione per la politica”.

Il deputato Pd Roberto Speranza, ministro della Salute durante il Covid, afferma che “ci sono momenti in cui raccontare la propria fragilità diventa un gesto di grande forza. E forse, proprio attraverso quelle parole, qualcuno che sta vivendo la stessa esperienza potrà sentirsi meno solo”.

Sempre dalle file del Pd, Andrea Orlando osserva che l’intervista di Franceschini “è molto personale ma anche molto politica. Attuale in un momento storico che disumanizza e sembra aver smarrito questa consapevolezza”.

Da Angelo Bonelli, deputato di Avs, “arriva un abbraccio affettuoso” all’amico che “con dignità e coraggio ha reso pubblica la sua malattia. Il suo invito a non isolarsi ci riguarda tutti: nessuno deve essere lasciato solo nella malattia”.