KATHMANDU – I soccorritori nepalesi stanno tentando di raggiungere centinaia di lavoratori che si ritiene siano rimasti intrappolati nei tunnel di alcuni impianti idroelettrici sepolti dal fango durante le devastanti inondazioni al confine tra Nepal e Cina.

A sei giorni dalla catastrofe, il bilancio complessivo nei due Paesi ha superato 950 morti, mentre oltre 4.400 persone risultano ancora disperse, tra cui 43 cittadini australiani.

Secondo un’associazione privata che rappresenta i produttori di energia, almeno 900 lavoratori non sono stati rintracciati in dodici progetti idroelettrici danneggiati dalle piene improvvise nei distretti nepalesi di Rasuwa e Nuwakot.

Circa 500 di loro sarebbero rimasti all’interno dei tunnel.

L’esercito nepalese ha riferito che quattro corpi sono già stati recuperati da tre gallerie riempite di fango, mentre le squadre cercano di aprire nuovi accessi alle strutture.

Mohan Kumar Dangi, presidente dell’Independent Power Producers’ Association, ha spiegato che alcuni lavoratori riuscirono a telefonare per chiedere aiuto quando la piena investì la zona mercoledì scorso. Altri, riusciti a fuggire, riferirono alle autorità e ai familiari che numerosi colleghi erano rimasti nelle gallerie.

Non è chiaro se da allora sia stato stabilito un nuovo contatto.

Dangi ha ammesso che cresce il timore che parte degli operai possa essere morta per mancanza di ossigeno.

Il geoscienziato Jakob Steiner, della University of Graz, ha spiegato che i tunnel sono abbastanza grandi da consentire il passaggio di mezzi pesanti e che alcuni lavoratori potrebbero avere ancora accesso all’aria.

“Da quanto comprendiamo, sono riusciti a far arrivare ossigeno ad alcune delle persone bloccate e stanno cercando di salvarle - ha dichiarato -. Ma è una corsa contro il tempo, perché servono anche acqua e cibo.”

La situazione più grave riguarda l’Upper Trishuli-1 Hydropower Project, nel distretto di Rasuwa, dove 576 persone risultano disperse e circa 300 sarebbero ancora all’interno del tunnel principale.

Al Trishuli-3 Hydropower Project, invece, le squadre dell’esercito stanno tentando di scendere per circa 15 metri all’interno di una galleria per raggiungere altri lavoratori.

Nel distretto di Dhading, operai stanno inoltre liberando dal fango una centrale elettrica che rappresenta un collegamento essenziale per oltre 20mila residenti.

Sul lato cinese, le operazioni proseguono attorno al valico di Gyirong, dove il collegamento stradale con il Nepal è stato sommerso da due-tre metri d’acqua.

Le immagini della televisione di Stato CCTV mostrano autocarri carichi di enormi massi e squadre impegnate a ricostruire tratti della strada a poco più di un chilometro dalla frontiera.

L’agenzia nepalese per le emergenze ha contato 939 morti e 3.925 dispersi nel Paese, tra cui 592 stranieri. Sul versante cinese, le autorità avevano riferito domenica di 16 morti e 546 dispersi, 261 dei quali cittadini stranieri.

Le alluvioni sono state provocate dal crollo di una formazione rocciosa sotto un ghiacciaio dell’Himalaya. Secondo gli studiosi che hanno analizzato le immagini satellitari, il cedimento ha trascinato con sé parte della massa glaciale.

L’impatto è stato talmente violento da essere registrato come un evento sismico di magnitudo 5,2.

Rocce, ghiaccio e acqua di fusione si sono riversati nei corsi d’acqua sottostanti, generando un’ondata capace di spazzare via edifici, ponti e intere porzioni di terreno in Tibet e Nepal.

Nel frattempo, le autorità nepalesi hanno iniziato a seppellire alcune vittime in fosse comuni, provocando polemiche in un Paese a maggioranza induista, dove tradizionalmente i morti vengono cremati.

Molti corpi sono stati recuperati decine o centinaia di chilometri più a valle, in condizioni che rendono estremamente difficile il riconoscimento.

Con gli obitori ormai saturi e il caldo che accelera la decomposizione, le autorità stanno raccogliendo fotografie, campioni di DNA e altre informazioni prima della sepoltura, nella speranza di permettere successivamente ai familiari di identificare le vittime.