Suo padre arrivò in Australia nel 1956, dalla Basilicata. Carpentiere di mestiere, fu subito corteggiato dai connazionali che cercavano manodopera italiana. Lui rifiutò. “Come avrebbe imparato l’inglese, se avesse lavorato solo con gli italiani?” racconta Giuseppe Iaquinto. Una scelta controcorrente, che dice molto della famiglia in cui è cresciuto: una famiglia che non si tirava indietro davanti alle cose difficili. 
Sua madre arrivò da Messina nel 1969. Si incontrarono in Australia, si sposarono, costruirono una vita. Poi arrivarono i figli e con loro una diagnosi inaspettata. Giuseppe aveva circa 18 mesi quando i genitori si accorsero che qualcosa non andava. Faticava a camminare, cadeva. A due anni, dopo la nascita del fratello minore Carmelo, arrivò la risposta: atrofia muscolare spinale di tipo 2, una malattia genetica con una probabilità su quattro che capitasse. Capitò a entrambi i figli. “È una lotteria,” dice Giuseppe. “Ma la cosa più importante è che dobbiamo parlare tra di noi, capirci, non giudicare.” 
Crescere con una disabilità visibile, in una famiglia italiana degli anni ‘70, non era semplice. Giuseppe ricorda altri bambini con disabilità nelle famiglie italiane del quartiere, bambini che però non si vedevano quasi mai fuori casa. “Non so se fosse una scelta loro o dei genitori. Ma io e mio fratello non siamo stati tenuti a casa. I miei ci tenevano che partecipassimo, che fossimo parte della società.” I genitori, all’epoca, non si illudevano su tutto. “Non pensavano, realisticamente, che ci saremmo mai sposati. Pensavano che ci avrebbero accuditi per tutta la vita”. E invece Giuseppe è sposato con tre tre figli e l’anno scorso sua figlia maggiore si è laureata e lavora a tempo pieno da quasi trent’anni nel settore del finanziamento di beni strumentali. 
Il punto di svolta, racconta, fu un gruppo giovanile parrocchiale. Lì incontrò sua moglie: “Se non avessi avuto quell’inclusione, quella dimensione sociale, non so se mi sarei mai sposato”. L’inclusione, per Giuseppe, non è un concetto astratto ma una realtà tangibile che ha cambiato il corso della sua vita. 
Gli anni del liceo furono duri per lui. “Avevo questa idea che il mondo mi dovesse qualcosa,” ammette. Il primo giorno tornò a casa in lacrime. Suo padre fu netto: devi tornare, non mollare adesso. E Giuseppe tornò. “Mio padre mi disse: non si tratta di te e della tua disabilità. Si tratta di incoraggiare gli altri”. 
Lo mandò a fare le letture in chiesa, perché sapeva che poteva farlo, e farlo bene avrebbe significato qualcosa anche per chi guardava. “Ricordo che dopo una ragazza più giovane cominciò a fare le letture anche lei. Non so se fui io a darle il coraggio. Ma era quella l’idea di mio padre”.
Nel frattempo, c’era Carmelo. Due anni più giovane, la stessa condizione, la stessa vita da navigare. Si sentivano ogni giorno, una telefonata quotidiana, senza mancare. Stavano anche lavorando a un progetto insieme, volevano girare video in ristoranti italiani di Sydney, parlare di cibo, di ricordi, di famiglia: “Prima gli italiani. Poi la disabilità.” Erano andati in un ristorante a Parramatta, avevano registrato, avevano riso. Ma non pubblicarono mai nulla. Carmelo morì poco dopo. “Non credo di aver capito quanto fossimo connessi, finché non è mancato.” Gli diceva sempre che aveva valore, che aveva uno scopo. “Era una persona forte. La settimana prima di andarsene era finalmente uscito. Siamo usciti insieme. È un bel ricordo con cui convivere”.
Oggi Giuseppe è uno dei volti della campagna del Ballo Nazionale Italiano del Co.As.It. di quest’anno, che sostiene il lancio di un nuovo programma di supporto sociale per adulti con disabilità, un’iniziativa pensata per chi non rientra più nei servizi giovanili ma non ha ancora bisogno d’assistenza continuativa. Un vuoto che il Co.As.It. vuole colmare anche tenendo conto di lingua e cultura: perché i bisogni non sono tutti uguali, e chi è cresciuto tra due mondi lo sa bene. 
Giuseppe Iaquinto non si definisce un portavoce. Si definisce qualcuno che ha avuto anche una gran fortuna, genitori che lo hanno spinto ad avere una vita al di fuori della dimensione di casa, una comunità che lo ha accolto, un fratello con cui ha condiviso tutto. E adesso vuole restituire qualcosa.