WASHINGTON - Il confronto tra Stati Uniti e Iran prosegue su un doppio binario parallelo: da un lato un’intensa escalation militare, dall’altro una fitta rete di contatti diplomatici volti a scongiurare un conflitto di proporzioni ancora maggiori.

Mentre Washington ha sferrato un nuovo e imponente attacco contro installazioni iraniane, da Islamabad è giunta la conferma che tra le due capitali sono in corso negoziati indiretti, incentrati sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz e sull’individuazione di possibili misure di de-escalation. 

Nella notte, il Comando Centrale statunitense (Centcom) ha annunciato il completamento di una “pesante serie” di bombardamenti contro decine di siti riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione. L’operazione ha preso di mira un ampio spettro di obiettivi: centri di comando, basi missilistiche, infrastrutture per droni, sistemi di sorveglianza, difese costiere e capacità navali. 

Washington ha presentato l’azione come la risposta obbligata al lancio di numerosi missili balistici iraniani contro le truppe statunitensi di stanza in Medio Oriente, precisando che tutti gli ordigni nemici sono stati intercettati senza provocare vittime.

L’intervento dà seguito al duro monito del presidente Donald Trump, che all’indomani dell’attacco iraniano a una base Usa icana in Giordania aveva preannunciato che era giunto “il turno” degli Stati Uniti di colpire, dando vita a una delle incursioni più estese condotte direttamente contro la Repubblica Islamica dall’inizio delle ostilità. 

Sul fronte opposto, i media ufficiali iraniani riferiscono che le incursioni aeree hanno interessato principalmente le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan. Le autorità di Teheran hanno denunciato l’estensione dei raid verso aree abitate: sull’isola di Qeshm, situata nello Stretto di Hormuz, l’agenzia Fars ha riportato la distruzione di un’abitazione civile in cui hanno perso la vita tre membri della stessa famiglia (padre, madre e un bambino di due anni) mentre altri due figli sono rimasti feriti. 

L’operazione giunge a poche ore dai raid congiunti condotti da Stati Uniti e Arabia Saudita in territorio iracheno contro le milizie filoiraniane, accusate di aver preso di mira impianti petroliferi sauditi. Nonostante le smentite delle fazioni armate, la coalizione di milizie sciite Hashd al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare) ha denunciato che gli attacchi hanno causato venti morti e trentadue feriti, tra i quali figurano cinque cittadini iraniani.

A seguito dei bombardamenti, la Resistenza Islamica in Iraq ha promesso una “risposta inevitabile”, prospettando ritorsioni contro gli asset statunitensi e sauditi nell’area. 

Nonostante il coinvolgimento nelle operazioni militari, Riad è subito tornata a fare sfoggio della linea di prudenza mantenuta sin dal principio della crisi. Secondo quanto rivelato da Axios, il ministro della Difesa saudita ha recapitato personalmente a Donald Trump, durante un incontro alla Casa Bianca, una lettera del principe ereditario Mohammed bin Salman in cui si chiedeva espressamente al presidente Usa di operare per una de-escalation con Teheran. 

Nel frattempo, si registrano forti attriti diplomatici sulla gestione delle incursioni in Iraq: se Trump ha sostenuto che le azioni aeree sarebbero state coordinate con le autorità di Baghdad, la presidenza irachena ha replicato definendo i bombardamenti una “flagrante violazione della sovranità nazionale”, incassando la ferma condanna dell’accaduto anche da parte dell’Iran. 

In questo quadro di forte tensione si inserisce la diplomazia pachistana. Il portavoce del ministero degli Esteri di Islamabad, Tahir Andrabi, ha confermato che il proprio Paese sta svolgendo un ruolo attivo di mediazione tra Washington e Teheran. Secondo il governo pachistano, i colloqui indiretti sono mirati in primo luogo a stabilizzare la situazione nello Stretto di Hormuz per impedire che lo scontro degeneri in un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili.

Sebbene non siano stati resi noti la sede né il livello delle trattative, la conferma dell’esistenza di un canale negoziale aperto indica che entrambe le potenze intenda affiancare alla pressione militare la via di una soluzione diplomatica.