BUENOS AIRES – Il tema della salute mentale diventa attuale solo quando accadono fatti di cronaca molto gravi, tali da interpellarci e costringerci a interrogare noi stessi su temi come la responsabilità individuale, il confine tra normalità e follia. E su come un malessere sociale possa trasformarsi in male di vivere individuale.

Capita però che un gruppo di giovani artiste – provenienti dal mondo della danza contemporanea e della performance – decidano di costruire e portare in scena uno spettacolo ambientato in quel momento “di confine” che precede il sonno, in cui i pensieri più invadenti si affollano nella mente, rischiando di prenderne il controllo frantumare l’identità e la stabilità.

Nasce così Ranura de la noche (Fessura della notte), uno spettacolo di danza contemporanea che analizza i sentimenti-limite, come ansia e angoscia, attraverso il movimento e l’esperienza del corpo, per poi dissolverli “nell’altra faccia della notte”, quella della festa e del piacere.

“Il processo creativo è stato, fin dall’inizio, molto sperimentale – dice Sofía Nieto, una delle autrici-danzatrici –. Non siamo partite da un’idea già formata. Abbiamo lavorato a partire da testi, riferimenti cinematografici e coreografici che ci interessavano, mettendoli in relazione per costruire l’opera”.

Il gruppo, costituito da studentesse del corso di laurea in Danza dell’Universidad Nacional de las Artes di Buenos Aires, aveva già condiviso un corso di composizione coreografica, basato sulle forme sceniche dell’onirico, del surreale e certi immaginari legati all’horror. “Con Ranura de la Noche abbiamo approfondito questa ricerca – continua Nieto –. Il rapporto con la salute mentale emerge attraverso l’esplorazione dei sogni, dell’onirico e della psicoanalisi”.

Anche il tema della morte attraversa profondamente l’opera e il suo universo creativo. Viene anche citato oralmente un frammento del poeta e drammaturgo francese Antonin Artaud (1896-1948): “Quell’angoscia sempre più pesante e impregnata è il corpo stesso arrivato al limite della sua tensione e delle sue forze e che tuttavia deve continuare ad avanzare”.

Spiega Sofía: “Questa idea ci interessa perché situa il corpo come territorio del sentire, ma anche come una macchina impossibilitata a riposare”.

Diventa impossibile, quindi, non individuare in questo lavoro sollecitazioni legate al contesto sociale e politico.

“Siamo giovani artiste indipendenti che cercano di inserirsi in un mondo del lavoro segnato dalla precarizzazione, dalla crisi economica e dai tagli al settore culturale ed educativo – osserva –. Sentiamo che stiamo cercando di costruire qualcosa, mentre intorno tutto sembra distruggersi, o almeno diventare sempre più instabile. Questo esaurimento collettivo, l’incertezza sul futuro e la difficoltà di sostenere progetti artistici fanno parte del clima emotivo di Ranura de la Noche”.

Ranura è un termine della falegnameria: letteralmente è una scanalatura del legno. Come si trasferisce questo concetto nella danza? “Il titolo dello spettacolo nasce da una poesia scritta da Olga Orozco per Alejandra Pizarnik dopo il suicidio di quest’ultima – spiega –. Qui appare l’idea della ranura, intesa l’occhio della serratura. Un occhio chiuso che si apre all’oscurità della notte. A partire da questa immagine abbiamo iniziato a pensare il temine come un accesso a ciò che è più intimo”.

Una crepa, dunque, ma anche un’apertura.

“Ci interessava quest’idea di frattura come spazio di passaggio – afferma –. Qualcosa attraverso cui si cade, si attraversa o da dove infiltra ciò che normalmente rimane nascosto. Nell’opera, la fessura funziona più come un’atmosfera che come una rappresentazione letterale”. Dal punto di vista della danza, questo emerge nei corpi, negli stati, nella costruzione dello spazio e nella sensazione di stare costantemente sul bordo di qualcosa di incerto o sconosciuto. L’opera propone, in qualche modo, di affacciarsi su quella crepa.

Non è una coreografia che punta a compiacere lo spettatore con la gradevolezza. “Ci interessa che l’esposizione della vulnerabilità dei corpi in scena renda possibile anche una connessione con la vulnerabilità di chi guarda – dice Sofía –. Noi pensiamo il corpo come un territorio che trova la propria potenza nella tensione tra il visibile e l’invisibile, negli stati estremi, nelle interruzioni e negli straniamenti che trasformano la danza in un luogo di rivelazione, capace di aprire nuove forme di percezione”.

Il pubblico reagisce in modi diversi, ma di sicuro non resta indifferente. “Molti hanno collegato le scene a vissuti personali, ricordi, sogni o riferimenti ad altre opere e universi – ricorda la danzatrice –. Questo ci interessa particolarmente, perché il nostro è un lavoro aperto, che si completa nell’esperienza di ogni spettatore. Tuttavia, abbiamo notato un punto in comune: l’opera sembra permettere uno sguardo su ciò che solitamente nascondiamo o custodiamo per noi stessi”.

Le paure, la violenza, l’esaurimento, i dolori più intimi o certe emozioni scomode che spesso evitiamo di guardare direttamente. “Ci sembra prezioso creare uno spazio in cui queste sensibilità possano emergere, senza bisogno di essere spiegate, semplicemente per attraversarle”, osserva.

L’arte, quindi, si mette al servizio della fragilità e vuole dire la sua – con il linguaggio che le è proprio – sulla salute mentale. “Crediamo che l’arte possa aprire uno spazio per abitare ciò che spesso non trova parole per essere raccontato – nota –. Ci interessa pensare il corpo come un territorio in cui emergono tensioni, desideri, paure”. E certe zone inquietanti dell’esperienza umana che non sempre possono essere spiegate razionalmente.

“Ciò che è represso o nascosto ritorna in forme strane o disturbanti – afferma la ballerina –. Il corpo in scena ha la capacità di rendere visibili queste emozioni, frammentazioni, senza bisogno di un discorso esplicito”.

Ma attenzione. Questo spettacolo è lontano dall’idea ingenua e messianica che l’arte costituisca la salvezza e offra risposte definitive. “È piuttosto uno spazio di elaborazione e incontro – sottolinea Sofía –. Ma riuscire ad attraversare emozioni scomode o riconoscere aspetti di sé in ciò che accade sulla scena può generare identificazione, riflessione e un modo meno solitario di relazionarsi con la propria esistenza”.

Ranura de la noche è creata, diretta e prodotta dal gruppo Tres Danza, formato da Carolina Fallat (28 anni), Sofía Nieto (28) e Pilar Rodrigo (29) con la collaborazione di Manuel Pérez Vizan per la produzione musicale, Paula Fraga per le luci e Candela Baceda come assistente generale.

Lo spettacolo sarà in scena il 29 maggio alle 21 nello spazio culturale della facoltà di Scienze Economiche della Uba (Uriburu 763) a Buenos Aires. Info sul profilo Instagram del gruppo Tres Danza.