Siamo al conto alla rovescia e quindi si intensificano le fughe orchestrate di notizie. Alla vigilia del nuovo aumento dei tassi d’interesse, annunciato martedì scorso dalla Reserve Bank, il primo ministro Anthony Albanese e il responsabile del Tesoro Jim Chalmers hanno voluto dimostrare, una volta di più, la completa indipendenza decisionale del governo e della Banca centrale.  La possibilità di miliardi distribuiti a pioggia a milioni di australiani rimane inalterata nonostante gli avvisi, prima a parole e poi con i fatti, di chi ha in mano il freno monetario sulla realtà di una spinta inflazionistica sempre più temibile e difficile da riportare sotto controllo.

 Alla nuova stretta annunciata da Michele Bullock sul costo del denaro, Chalmers risponderà con misure straordinarie per aiutare i cittadini ad affrontare l’altra realtà del sempre più soffocante costo della vita.

L’idea dei 200 o 300 dollari in più nelle tasche di tutti coloro che hanno un lavoro, senza alcun tetto massimo di reddito (nessun ‘bonus’ per i pensionati), non è stata smentita, anche se di certo non confermata, né da Albanese, né dal ministro del Tesoro perché la strada si sta facendo sempre più dura per tutti e la necessità di qualche aiuto extra da parte del governo ormai è aspettato. Il problema in tutto questo, dal punto di vista esclusivamente economico, è che da una parte si frena e dall’altra si accelera, in completa indipendenza, ma senza alcuna sintonia che, in questo momento, magari farebbe comodo perché il ‘nemico’ è comune e i fattori esterni, una volta tanto, contano davvero e sono più minacciosi e imprevedibili che mai. 

Sarà stata pur ‘dolorosa’ - sicuramente più a parole che nella vita di ogni giorno per i ‘saggi’ della RBA - la scelta del rialzo di un altro quarto di punto dei tassi d’interesse per far fronte all’aumento dei prezzi che verrà, come conseguenza della crisi energetica scatenata da Donald Trump, ma è stata anche un facile automatismo, rifiutando di prendere in considerazione (come hanno fatto altre Banche centrali) l’effetto temporaneo sull’inflazione del rincaro dei carburanti.

La governatrice della Banca centrale ha giustificato l’impazienza e la terza dose di rincari inflitta a milioni di australiani, parlando di un problema esistente prima della crisi del Golfo, quindi da affrontare senza perdere ulteriore tempo per cercare di non lasciarsi sfuggire di mano la situazione. Interessi quindi al 4,35% (il livello più alto del dopo Covid) con possibilità di arrivare entro la fine dell’anno al 4,7%, dopo una pausa preventivata a giugno. Per il governo la parte da recitare in questa indubbiamente necessaria battaglia è molto più complessa: alle vecchie linee guida della responsabilità e dell’equilibrio si è aggiunta ‘l’equità intergenerazionale’ - che sembra andare per la maggiore nel dibattito politico del momento -, sostenuta dalla terza realtà pratica di un elettorato cambiato, più giovane, più arrabbiato, senza particolari sensi di appartenenza politica. Mai così diviso a causa di una specie di percezione di un “futuro rubato” da una generazione che avrebbe beneficiato dal boom economico del suo tempo, accumulando risorse, per poi lasciare alle generazioni successive bassi stipendi e insostenibilità abitativa. Nessuno, in questa ondata di depressione e sentimenti di opportunità negate, si sogna però di far rilevare il rovescio della medaglia di queste presunte ‘ingiustizie generazionali’, facendo presente che molti dei giovani poveri e ansiosi di oggi erediteranno le ‘accumulate risorse’ e che, al contrario dei ‘fortunati boomers’, grazie alla lungimiranza di Keating, potranno beneficiare di trenta e più anni di risparmi investiti nei fondi pensione, dopo l’obbligatorietà delle trattenute per la Superannuation introdotta dal governo laburista solo nel 1992.  

Anthony Albanese e Jim Chalmers terranno quindi conto solo fino ad un certo punto degli avvertimenti della Reserve Bank e del Fondo monetario internazionale, e spiegheranno che, proprio a causa di quegli avvertimenti e delle decisioni che hanno fatto seguito sul fronte monetario, si sono sentiti in dovere di ‘fare qualcosa’ per cercare di venire incontro alle famiglie schiacciate dal peso di continui incrementi del costo della vita dovuti al conflitto mediorientale in corso.

Cercheranno anche di giustificare, con tutto quello che è successo dopo la campagna elettorale dello scorso anno, il cambiamento di rotta al riguardo di alcune promesse che non saranno mantenute e decisioni che non erano state anticipate. Ecco perché, quindi, si metterà mano ad alcune agevolazioni fiscali in campo immobiliare (sugli utili di capitale e ‘negative gearing’) che dovrebbero servire, in qualche modo, ad aiutare i giovani australiani ad accedere al mercato abitativo. 
Un terzo tentativo di un presunto aggiustamento sociale che potrebbe avere gli effetti esattamente contrari a quello che si prefigge. Ma è un ‘pallino’ laburista da sempre: un ‘fastidio’ ai confini dell’ideologia con cui hanno già fatto i conti Hawke e Keating (che avevano agito sulle stesse agevolazioni fiscali nel 1985 per poi ricredersi nel 1987 sia per la levata di scudi popolare che per il restringersi anziché ampliarsi dell’offerta di alloggi in affitto e gli investimenti nel settore immobiliare) e Bill Shorten, che ha dovuto inserire il rilancio dell’idea tra le ragioni della sconfitta ‘impossibile’ del 2019.
Gli elettori non avevano gradito la proposta accompagnata dal ‘prendere o lasciare’ che aveva intimato l’allora ministro ombra del Tesoro, Chris Bowen, abbinandolo ad altri tagli rivolti agli investitori per quello che riguardava i crediti d’imposta sui dividendi azionari. Anche in quella occasione la parola equità era il termine di moda, al quale ora è stata abbinata l’intergenerazionalità, dato che l’elettorato dei Millennials (i nati tra il 1981 e il 1996) e parte della Gen Z (1997- 2012) ha scalzato numericamente quello dei ‘boomers’ (i nati tra il 1946 e il 1964).  
Ecco allora che sul piatto della bilancia, che per motivi politici è stato scelto di far pendere più da una parte che dall’altra, anche la rimozione dei rimborsi fiscali per gli over 65 sull’assicurazione sanitaria privata, giocando sul fuoco di un possibile appesantimento dei servizi nell’ambito della sanità pubblica. 

Già partita anche una campagna per testare il terreno sulle ipotesi di tagli e misure di sostegno che saranno inseriti nel budget di martedì prossimo, utilizzando alcuni canali orientati proprio al pubblico che un po’ tutti stanno inseguendo: quindi stazioni FM, podcaster e piattaforme social orientate ai giovani. Occhio di riguardo ancora una volta agli ‘influencer social’ che lo scorso anno hanno avuto il loro battesimo politico con l’invito a partecipare (con trasferta pagata dal governo) alla sessione di bilancio a Canberra.

E sempre in vista del bilancio della prossima settimana, ieri il primo ministro ha anticipato un pacchetto da 10 miliardi di dollari per la sicurezza dei carburanti, che prevede l’istituzione di una riserva federale di combustibili pari a un miliardo di litri e l’aumento degli obblighi minimi di stoccaggio di 10 giorni. Una decisione di emergenza per fare fronte ad un’emergenza attraverso una combinazione di finanziamenti pubblici e prestiti garantiti dal governo. “La nostra riserva di sicurezza dei carburanti si concentrerà sulle carenze nelle aree regionali e sui vincoli di approvvigionamento per i servizi essenziali in caso di un’altra crisi di fornitura”, ha affermato Albanese, che ha anche aperto le porte ad un’espansione delle capacità di raffinazione del Paese.

Necessità e priorità che cambiano con un pizzico di populismo che non guasta dato che c’è sempre da tenere d’occhio la realtà, che ormai sembra sia andata oltre al fenomeno del momento, dell’interesse che sta generando One Nation che sabato contenderà, con David Farley, il seggio di Farrer (lasciato vacante dall’ex leader dell’opposizione Sussan Ley) alla candidata indipendente Michelle Milthorpe. Quest’ultima, nonostante la sponsorizzazione ‘teal’ di Climate 200, sta disperatamente cercando di prendere le distanze dalle politiche ambientali delle possibili future ‘colleghe’ a Canberra, dichiarando che l’obiettivo delle emissione zero del 2050 non è sostenibile, di non essere contraria (nonostante precedenti dichiarazioni esattamente opposte) a nuove raffinerie e che gas e carbone continueranno a far parte del mix energetico in un elettorato ‘fratturato’ dalla spinta delle rinnovabili. Non esattamente l’agenda ‘teal’, ma con più di qualche sospetto sulle necessità politiche di un riposizionamento tattico in un collegio che sin dalla sua creazione, 76 anni fa, è stato saldamente nelle mani della Coalizione, ora alla disperata ricerca di una difficile riconferma affidandosi alla liberale Raissa Butkowski e al nazionale Brad Robertson.