C’è qualcosa di simbolico nel modo in cui Riccardo Cocciante arriva agli 80 anni: non guardandosi indietro, ma continuando a cercare nuove strade. Il 27 settembre, all’Arena di Verona, chiuderà il tour ‘Io… Riccardo Cocciante nel 2026’, un viaggio attraverso oltre cinquant’anni di musica. Pochi giorni dopo, dall’1 al 4 ottobre, nello stesso luogo tornerà Notre Dame de Paris, l’opera popolare che porta la sua firma musicale e che da oltre vent’anni continua a viaggiare nel mondo. 

È un doppio appuntamento che sembra racchiudere le due anime dell’artista: da una parte il cantautore solitario, quello del pianoforte, della voce ruvida e delle canzoni d’amore; dall’altra il compositore capace di misurarsi con il teatro, con le grandi produzioni e con un pubblico internazionale.

E, soprattutto, è un modo per dimostrare che gli 80 anni, per Cocciante, sono più una cifra anagrafica che una dichiarazione d’intenti.
Nato il 20 febbraio 1946 a Saigon, nell’allora Indocina francese, oggi Ho Chi Minh City, Cocciante ha avuto fin dall’inizio una biografia fuori dall’ordinario. Il padre era abruzzese, la madre francese: due storie familiari che si incontrano dall’altra parte del mondo. A 11 anni, però, arriva il trasferimento in Italia. La famiglia raggiunge l’Abruzzo e poi Roma, dove il ragazzo deve confrontarsi con una lingua, una cultura e persino una luce completamente diverse da quelle della sua infanzia vietnamita. 

“Quando sono arrivato a Roma ero spaesato - racconta Cocciante -. I tropici sono un’esplosione di odori, di colori e Roma mi sembrava una città grigia”. La musica diventa così uno dei suoi primi strumenti di’integrazione. Guardando la televisione e ascoltando la radio scopre Mina, Adriano Celentano, Domenico Modugno e la canzone italiana. In casa, intanto, aveva respirato il bel canto italiano e la grande tradizione francese degli chansonniers, da Jacques Brel a Georges Brassens. Una doppia formazione che, negli anni, diventerà una delle chiavi della sua identità artistica. 

Prima della musica, però, c’è il lavoro. Le difficoltà economiche della famiglia lo portano a frequentare un corso di studi alberghieri e a lavorare come segretario d’hotel all’albergo Savoia, nei pressi di via Veneto, proprio negli anni della Dolce Vita. È un osservatorio privilegiato sulla Roma che cambia: da una parte le luci della strada più famosa della capitale, dall’altra un giovane che sogna la musica.

La musica, alla fine, prende il sopravvento. Negli anni ‘70 arriva la voce di Cocciante, inconfondibile per quella particolare intensità che inizialmente non tutti comprendono. Bella senz’anima, pubblicata nel 1974, diventa un successo enorme e insieme un brano discusso. In Italia viene accusata da alcune femministe di proporre una rappresentazione offensiva del rapporto uomo-donna; in Spagna e in America Latina, invece, assume significati diversi e arriva a essere associata anche alle lotte contro i regimi autoritari. Cocciante ha sempre respinto l’idea di aver scritto una canzone politica: “Molte volte le canzoni posseggono questo potere allegorico - spiegò anni dopo -. Hanno la capacità di raccontare le cose attraverso storie parallele”. 

Poi arriva Margherita, nel 1976. Una delle canzoni italiane più riconoscibili di sempre, nata in maniera quasi casuale. Il testo era di Marco Luberti e, contrariamente alle sue abitudini, Cocciante lavorò prima sulle parole e poi cercò la melodia giusta tra le idee musicali che aveva già composto.

Curiosamente, all’inizio quel nome non lo convinceva affatto. “Mi disse di essersi sognato il testo - racconta parlando di Luberti -. Ricordo però che all’inizio non mi piacque il nome”. Il motivo? All’epoca una pubblicità gli faceva venire in mente una lavatrice. 
Ancora più curioso è il destino della canzone. Durante la registrazione londinese dell’album, Cocciante la fece ascoltare a Vangelis, chiedendogli un arrangiamento. Il compositore greco, secondo il racconto dello stesso Cocciante, gli suggerì inizialmente di eliminarla dal disco. Cocciante insistette. Il risultato fu Concerto per Margherita, uno degli album più importanti della sua carriera. 

È anche in questi episodi che si ritrova il carattere dell’artista. Cocciante non ha mai amato seguire le regole precostituite. Non ha studiato pianoforte in maniera tradizionale e ha sempre rivendicato un approccio istintivo alla composizione. “Ho seguito le mie sensazioni armoniche. Ho creato le mie leggi”, racconta 

Una libertà che, nel tempo, gli ha permesso di attraversare generi e lingue senza rinunciare alla propria identità. Ha lavorato con grandi autori e interpreti, da Mogol a Mina, fino alla collaborazione con Luc Plamondon che avrebbe cambiato radicalmente la seconda parte della sua carriera.

Nel 1998 arriva infatti Notre Dame de Paris, l’opera popolare tratta dal romanzo di Victor Hugo. Le musiche sono di Cocciante, i testi di Plamondon e, per l’edizione italiana, l’adattamento è firmato da Pasquale Panella. Il debutto italiano avviene nel 2002 e quello che poteva sembrare un progetto ambizioso e rischioso si trasforma in un fenomeno internazionale. Da allora Notre Dame de Paris è stato rappresentato in 24 Paesi e nove lingue, superando i 5.650 spettacoli e raggiungendo 18 milioni di spettatori nel mondo; in Italia gli spettatori sono stati circa 4,5 milioni. 

Cocciante, però, non sembra intenzionato a considerare quell’opera un punto d’arrivo. “L’opera deve allontanarsi dal creatore”, ha detto in passato, spiegando di amare le collaborazioni e di non vivere le nuove interpretazioni come una minaccia alla propria creatura. 
Nel 2026, a 80 anni, arriva anche una nuova sorpresa: Ho vent’anni con te, il primo album di inediti dopo circa vent’anni. Contiene 12 brani e riunisce collaborazioni con autori che hanno accompagnato diverse stagioni della sua carriera, da Mogol a Panella, da Plamondon a Jean-Loup Dabadie. 

Il titolo è quasi una dichiarazione di principio. Cocciante ha spiegato di essere sempre stato un artista malinconico, ma non disperato, e di avere ancora bisogno di scrivere.