Roberto Ardigò nacque a Casteldidone, Cremona, nel 1828. Compì i suoi studi in seminario, e venne ordinato sacerdote nel 1851. Si dedicò all’insegnamento, prima come maestro elementare, poi come professore di liceo, infine come docente universitario a Padova. Dal 1866 si andò maturando nell’Ardigò una crisi spirituale che dopo il suo accostamento al positivismo, lo allontanerà dalla Chiesa. Nel ‘69 un discorso sul Pomponazzi rivelò la sua apostasia; il discorso fu bene accolto dagli anticlericali in quella rovente atmosfera che fu la vigilia della Breccia di Porta Pia, e perciò la Santa Sede lo mise all’indice e ordinò la sospensione a “divinis” del suo autore. Più tardi l’Ardigò, che tuttavia aveva continuato a vestire l’abito talare, conducendo un intemerato tenore di vita, si schierò contro il dogma dell’infallibilità del Papa e si decise a svestire l’abito ecclesiastico. Morì suicida nel 1920. Tra le sue opere citiamo: La psicologia come scienza positiva (1870), La formazione naturale nel fatto del sistema solare (1877), La morale dei positivisti (1879), La sociologia (1879), L’unità della coscienza (1898). Scrisse che la felicità dell’uomo consiste nella serenità dell’animo, prodotta dalla coscienza chiara e viva della giustizia e della forza incrollabile di volerla. La morale dell’uomo tende alla realizzazione dei valori sociali, che sono naturali e positivi, e che la società ha sempre progredito “diventando, ma non è diventata ancora totalmente”.
MARIANO CORENO