TEHERAN - Per il terzo giorno consecutivo, sono continuati gli scambi tra le forze armate americane e quelle iraniane in Medio Oriente. I primi episodi risalgono a venerdì, quando Washington avrebbe colpito postazioni militari in Iran - difesa aerea, depositi di droni e capacità di posa di mine - in risposta all’attacco contro un cargo mercantile battente bandiera di Singapore.
Nella giornata di sabato, droni iraniani avrebbero preso di mira obiettivi americani in Kuwait e in Bahrein, che ospita la Quinta Flotta navale statunitense.
Una situazione non ideale in vista del proseguimento dei colloqui in Svizzera di lunedì e martedì, durante i quali si punterebbe a trasformare il memorandum d’intesa firmato da Stati Uniti e Iran in un accordo di pace definitivo e completo.
A Doha, nella giornata di giovedì, si affronterà il tema dei beni iraniani congelati, punto particolarmente delicato per Teheran e, a seguire, in Pakistan, quello sul nucleare. Un’agenda già definita, dunque, ma legata a un filo sottile, tra continue minacce incrociate.
E se i Pasdaran hanno avvertito che, in caso di una nuova aggressione da parte degli Stati Uniti, la risposta sarà “implacabile”, Donald Trump ha assicurato che l’Iran “non esisterà più” nel caso in cui Teheran decidesse di intensificare lo scontro.
“È molto probabile che non impareranno mai la lezione! – ha scritto Trump –. Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di usare la ragione e saremo costretti a portare a termine militarmente l’opera che abbiamo avviato con grande successo. Se ciò dovesse accadere, la Repubblica Islamica dell’Iran cesserà di esistere!”.
Contemporaneamente, Israele e Libano provano ad aprire una nuova fase nei loro rapporti con un accordo quadro, mediato dagli Stati Uniti, che punta a trasformare il cessate il fuoco in un percorso verso una pace stabile.
L’intesa, annunciata a Washington, fissa una serie di impegni politici e militari destinati ad affrontare le principali cause del conflitto, ma ha già incontrato la dura opposizione di Hezbollah.
Nel testo, Tel Aviv e Beirut dichiarano di condividere l’obiettivo di raggiungere “una pace e una sicurezza durature” e si impegnano a porre fine in modo definitivo allo stato di conflitto attraverso negoziati bilaterali diretti, con la mediazione e il sostegno degli Stati Uniti.
Uno dei punti centrali dell’accordo riguarda il rafforzamento dell’autorità dello Stato libanese. Le Forze armate libanesi assumeranno progressivamente il controllo della sicurezza su tutto il territorio nazionale, mentre Israele ritirerà gradualmente le proprie truppe dalle aree ancora occupate. Il processo sarà scandito da fasi successive e sottoposto a verifiche internazionali.
Il governo libanese ribadisce inoltre l’impegno a ricostruire il monopolio statale sull’uso della forza, garantendo il disarmo completo di tutte le milizie e impedendo che possano continuare a svolgere funzioni militari o di sicurezza.
Beirut ha chiesto il sostegno dei partner internazionali, in particolare dei Paesi arabi e degli Stati Uniti, per accompagnare questo delicato processo.
Da parte sua Israele afferma che la propria presenza militare in Libano è stata esclusivamente una risposta agli attacchi e alla minaccia rappresentata da Hezbollah e ribadisce di non avere alcuna rivendicazione territoriale sul Paese vicino. Secondo il governo israeliano, la cessazione della minaccia consentirà di eliminare qualsiasi futura necessità di operazioni militari oltre confine.
La reazione di Hezbollah è stata immediata e durissima. Il leader del movimento sciita, Naim Qassem, ha definito l’accordo “umiliante”, “vergognoso” e una “rinuncia alla sovranità” del Libano, accusando il governo di Beirut di aver commesso “un grave errore”.
Secondo Qassem, l’intesa rischia di legittimare la presenza israeliana nel Paese per molti anni e potrebbe persino favorire future annessioni territoriali.
Pur dichiarandosi pronto a collaborare per difendere la sovranità del Libano, Hezbollah ha promesso di esercitare pressioni sul piano regionale e internazionale affinché Israele ritiri completamente le proprie forze.
Intanto, nelle ore successive all’annuncio dell’accordo, si sono registrate proteste nelle strade di Beirut, scontri tra manifestanti e forze armate libanesi e nuovi raid aerei israeliani, a conferma di quanto il percorso verso una pace duratura resti ancora fragile e ricco di ostacoli.