ROMA - Matteo Salvini difende la riforma sull’imputabilità dei minori approvata dal Consiglio dei ministri e respinge l’etichetta di norma “anti-maranza”. Secondo il vicepremier, si tratta di un provvedimento “più complesso” che cambia l’impostazione attuale per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni.
“Non abbiamo abbassato l’età per l’imputabilità del minore, che rimane di 14 anni, e non abbiamo inasprito le pene”, aveva spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo il Cdm. La novità riguarda la presunzione di imputabilità: oggi la capacità di intendere e di volere del minore deve essere accertata caso per caso, mentre il ddl punta a considerarla presunta, salvo prova contraria.
Salvini traduce politicamente il principio: “Si dà per scontato che a 14, 15, 16 e 17 anni tu sia consapevole di quello che fai e delle conseguenze, a meno che non venga dimostrato che non sei in grado di intendere e di volere”. Per il leader della Lega, “se commetti un reato non ti puoi nascondere dietro la minore età”.
Il vicepremier insiste però sul fatto che la riforma non cancellerebbe il percorso rieducativo. “La riabilitazione c’è e ci sarà anche da domani”, afferma, aggiungendo però che non può passare l’idea che un minorenne resti impunito “se va in giro col coltello, se minaccia, se rapina, se aggredisce”.
La stretta viene contestata dall’Unione delle Camere penali, che parla di una modifica capace di incidere “in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile”.
Per i penalisti, il ddl si inserisce in una strategia repressiva iniziata con il decreto Caivano e rischia di segnare una “regressione culturale”, oltre a sollevare dubbi di compatibilità costituzionale.
Secondo la giunta dell’Unione Camere penali, il sistema minorile è costruito sulla consapevolezza che l’adolescenza sia una fase di personalità in formazione e di maturazione non ancora compiuta. Per questo, la risposta dello Stato non dovrebbe trattare i minori come adulti ma intervenire con strumenti fondati su dati, prevenzione e percorsi educativi.
Critico anche don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano. “I ragazzi a 14, 15, 16 anni, a volte purtroppo anche dopo, sono profondamente incoscienti, ancora immaturi”, ha detto a Radio Vaticana. Per il sacerdote, parlare di “maranza” o di “baby gang” significa semplificare un disagio giovanile profondo: “Gli slogan e le etichette impediscono di guardare in profondità”.
Il dibattito arriva mentre i dati del Consiglio Nazionale delle Ricerche mostrano la diffusione della violenza tra adolescenti. Secondo i rilevamenti, nel 2025 il 43,4% degli studenti tra i 15 e i 19 anni, oltre un milione di ragazzi, riferisce di avere agito o subito almeno un comportamento violento. Il 14,2%, pari a più di 350mila studenti, ne segnala due o più.
Il comportamento più diffuso resta la partecipazione a risse, indicata dal 38,3% degli studenti. Preoccupano però soprattutto gli indicatori più gravi: tra il 2018 e il 2025 è quasi triplicata la quota di chi riferisce di avere colpito un insegnante, dall’1,2% al 3,6%, e di chi ha minacciato qualcuno con un’arma per ottenere qualcosa, dall’1,4% al 3,5%.
Cresce anche la violenza filmata o guardata attraverso lo smartphone. Nel 2025, secondo il Cnr, 332mila studenti hanno assistito a una scena violenta ripresa con un cellulare o l’hanno filmata in prima persona: il dato, pari al 15,6% complessivo, è il più alto mai registrato dalla serie ESPAD Italia.
Per Sabrina Molinaro, dirigente di ricerca Cnr-Ifc e responsabile di ESPAD Italia, “la violenza tra pari non è un fatto episodico” e attraversa la quotidianità di molti adolescenti. La risposta, sostiene, deve essere strutturale: competenze emotive, educazione digitale e un lavoro sulle dinamiche di gruppo, mettendo in rete scuola, famiglie e servizi territoriali.