WASHINGTON - Il Senato degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che ordina al presidente Donald Trump di interrompere l’azione militare americana contro l’Iran, infliggendo alla Casa Bianca una nuova e insolita sconfitta politica.

Il voto si è chiuso 50 a 48. La misura era già passata alla House of Representatives all’inizio del mese e riflette la crescente inquietudine del Congresso, compresa una parte dei Repubblicani, davanti a una guerra iniziata il 28 febbraio e sempre meno popolare tra gli elettori.

È la prima volta che entrambe le Camere approvano una risoluzione per chiedere a un presidente di ritirare le forze armate americane da ostilità in corso da quando il War Powers Act è entrato in vigore nel 1973. Il valore pratico resta incerto, ma il messaggio politico è evidente: il Congresso vuole riprendersi spazio su una decisione che la Costituzione affida formalmente al potere legislativo.

Il voto giunge mentre l’amministrazione Trump dovrebbe chiedere al Congresso decine di miliardi di dollari per finanziare il conflitto. I Repubblicani mantengono maggioranze sottili sia al Senato che alla Camera, ma alcuni esponenti del partito hanno già preso le distanze dal presidente su più dossier, dalle spese per l’immigrazione al fondo da 1,8 miliardi di dollari destinato agli alleati politici che Trump sostiene siano stati colpiti dalle autorità federali.

Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato ieri, solo un americano su quattro ritiene che la guerra con l’Iran sia valsa il costo sostenuto. La maggioranza teme inoltre che la tregua con Teheran non sia destinata a durare.

Al Senato, quattro Repubblicani si sono uniti quasi a tutti i Democratici: Susan Collins, Rand Paul, Bill Cassidy e Lisa Murkowski. Il Democratico John Fetterman ha votato contro. Mitch McConnell e David McCormick, entrambi Repubblicani, erano assenti. Alla Camera, la risoluzione era passata 215 a 208, con quattro Repubblicani a favore insieme ai Democratici.

La Casa Bianca sostiene che il voto non abbia effetti giuridici, perché la risoluzione non arriva sulla scrivania del presidente e non ha forza di legge. Secondo l’Amministrazione, inoltre, le ostilità sarebbero già terminate con il cessate il fuoco del 7 aprile. Un funzionario ha anche ribadito che la Casa Bianca considera incostituzionale il War Powers Act.

La questione resta aperta. Esperti legali ricordano che una sentenza della Corte Suprema del 1983 richiede, per misure simili, la firma o il veto del presidente. Scott Anderson, del Brookings Institution e di Lawfare, ritiene probabile che l’esecutivo ignori la risoluzione su basi costituzionali.

I Democratici promettono altri voti per costringere i Repubblicani a esporsi sulla guerra. “Il Congresso deve assumersi questa responsabilità”, ha detto il senatore Tim Kaine. Se un accordo con Teheran toccherà il programma nucleare iraniano, il Congresso potrà comunque esaminarlo e votarlo in base alla legge del 2015.

La guerra non finisce con questo voto. Ma per Trump il segnale è chiaro: anche nel suo partito, il margine di capitale politico si sta restringendo.