MILANO - Malgrado le ripetute minacce di morte a ‘Zack’, Carmelo Cinturrino quel pomeriggio del 26 gennaio non sarebbe andato nel boschetto di Rogoredo per mettere a segno un piano che si era prefigurato. 

Non avrebbe pianificato di partecipare a quell’operazione anti-droga per sbarazzarsi di quel pusher che, per l’accusa, si sarebbe ribellato ai suoi modi al limite del regolamento di gestire la piazza dello spaccio nel quartiere alla periferia sud milanese. Lo ha ucciso volontariamente, senza però avere un disegno in mente ben preciso. Con la richiesta di rinvio a giudizio per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, la Procura del capoluogo regionale lombardo, diretta da Marcello Viola e con il pm Giovanni Tarzia, ha alleggerito le imputazioni per l’ex assistente capo di Polizia, in carcere dal 23 febbraio scorso: resta l’aggravante di aver “violato i doveri inerenti la pubblica funzione”, mentre è stata cancellata la premeditazione. 

Cosa che, di conseguenza, lo solleva dal rischio di una condanna all’ergastolo e gli consente di accedere al rito abbreviato e allo sconto di un terzo della pena. “Prendiamo atto della scelta della Procura di non contestare l’aggravante della premeditazione”, hanno commentato i difensori, i legali Marco Bianucci e Davide Giugno, soddisfatti “che l’ufficio abbia ascoltato e valutato le istanze della difesa” e la ricostruzione dall’ex poliziotto durante l’interrogatorio del 6 ottobre, dopo la chiusura indagini. 

I due legali nelle prossime settimane valuteranno “se richiedere il rito abbreviato o affrontare il dibattimento. La scelta sarà orientata - hanno chiarito - a individuare il percorso processuale più idoneo a dimostrare l’assenza di volontà omicidiaria”. 
Secondo il capo di imputazione, Cinturrino, lo scorso 26 gennaio, ha ucciso in modo volontario Mansouri, nell’ambito di un’operazione di contrasto al traffico di stupefacenti. 

Ha esploso un colpo con la “pistola di servizio Beretta 9x19” da circa 30 metri, colpendo il pusher “alla parte destra del capo” per poi inscenare, complice un collega, la legittima difesa, mettendo vicino al corpo una pistola finta. Dalle indagini è emerso anche che “in numerose occasioni” avrebbe minacciato il 28enne direttamente “con la frase ‘o ti arresto o ti ammazzo’” o facendogli arrivare le frasi minatorie per il tramite di un paio di frequentatori del boschetto, che sono tra i testimoni nell’inchiesta. Minacce come “dì a Zack che se lo becco io lo uccido”, “mi raccomando, ricorda a Zack che se lo prendo lo ammazzo” e “ricorda a Zack che lo ammazzo’”. 
Sarebbero stati questi i messaggi che, incrociati con le testimonianze, hanno portato a ipotizzare la premeditazione, ora però esclusa dai pm convinti che sia difficile che possa reggere nel processo. Aggravante su cui, invece, puntano i legali dei familiari della vittima, gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli.