ROMA – L’affondo contro Donald Trump e l’intesa sul gasolio russo, che “rischia di legittimare Putin”, è accompagnato dal sostegno ribadito all’Ucraina, che “non è alternativo alla pace ma è ciò che la rende possibile”.
Al netto delle scintille ricorrenti ogni qual volta si presenta in Parlamento, Giorgia Meloni strappa applausi anche nel centrosinistra in alcuni passaggi di un discorso che per molti somiglia a una svolta (“Un’evoluzione incoraggiante”, per il senatore a vita Mario Monti) mentre per i suoi è solo la conferma che “tiene la barra dritta”.
Prima di volare a Bruxelles la premier con le sue comunicazioni a Senato e Camera chiarisce la postura con cui siederà al Consiglio Ue. Con la consueta dose di critiche all’Europa e la minaccia - in pieno negoziato sulla flessibilità - di firmare il nuovo bilancio europeo “solo quando sarà giusto per l’Italia”. Reduce da una notte di bombardamenti sul suo Paese, Volodymyr Zelensky ringrazia la leader italiana “per il sostegno e per la sua posizione chiara, inequivocabile e basata su principi”.
Mentre da Mosca la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, è tranchant: l’accordo sul gasolio “non è affare di Meloni”. Da Washington, poi, il portavoce della Casa Bianca precixa che “Il presidente Trump ha negoziato con successo un altro ottimo accordo per rifornire il mercato globale di ingenti quantità di diesel e far scendere i prezzi”.
Nelle stesse ore Roberto Vannacci dice che “una brutta pace è meglio di una brutta guerra”. E da Bruxelles Matteo Salvini ribadisce i paletti della Lega: “Non potremo andare avanti all’infinito a mandare miliardi in regalo all’Ucraina. È stato dato tanto a Kiev, è il momento della diplomazia”.
Sono i disallineamenti nel centrodestra a cui si attaccano le opposizioni, che però si presentano ancora in ordine sparso, ognun partito con la sua risoluzione, e restano spiazzate quando la maggioranza ne deposita due. La seconda, a sorpresa, cita gli sforzi per una tregua energetica. “I problemi non li ho io ma il Pd con gli alleati”, punge Meloni, regista di una mossa per provare a spaccare il centrosinistra (che però esce in massa dall’Aula senza votare) ed evidenziare che del “campo larghissimo” fa parte Futuro nazionale.
I vannacciani (che votano a favore della risoluzione) si dicono “molto colpiti in negativo” dalle critiche all’accordo Trump-Putin, e la premier li accusa di difendere “interessi non italiani” (ma russi, il sottinteso) e di “trasformismo”: “Sarebbe più credibile se rassegnaste le dimissioni”.
Nel suo discorso Meloni delinea il rischio che abbandonare Kiev porti al “ritorno dell’imperialismo di stampo sovietico: non rimpiango i carri armati russi a Praga e Budapest”, dice. Ed esorta l’Europa “a non andare in ordine sparso”.
La proposta reiterata è per un inviato speciale. L’alternativa suona come una provocazione al formato E3: “Se Francia, Germania e Gran Bretagna ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, almeno lo facciano con un mandato ufficiale dato da tutti”. Ma per Matteo Renzi sarebbe “inaccettabile” escludere il quarto Paese europeo del G7.
Sul capitolo Medio Oriente la premier definisce “legittime” le critiche al governo di Israele “senza dimenticare il 7 ottobre”, sottolineando la situazione “drammatica” a Gaza, evocando “un’iniziativa politica” per verificare le intenzioni di Hamas. E indicando nelle prossime elezioni in Israele un momento in cui l’Europa potrà “chiedere gesti capaci di invertire la spirale negativa” e “riaprire, in prospettiva, un percorso politico di pace”.
Il Golfo è l’altra faccia della crisi regionale. Sul ridislocamento di militari in Arabia Saudita “il ministro Crosetto non ha difficoltà” a tornare in Parlamento per un mandato. All’Europa, invece, chiede di impegnarsi sugli Stretti di Hormuz e a Bab el-Mandeb e di rafforzare Aspides.
A Bruxelles chiede anche “una risposta coordinata e rapida” contro il caro energia, lo stop al sistema Ets, un bilancio Ue “senza nuove tasse” e con fondi per gli hub per migranti sul modello Albania.
Ammette che sulla flessibilità per l’inflazione “la convergenza non sarà facile”. E assicura che con la Nec saranno destinati “fondi per la difesa non sottratti agli ospedali: non siamo guerrafondai”.
È uno dei tanti affondi al M5s. Con la nuova legge elettorale, dice, Giuseppe Conte a Palazzo Chigi “non ci poteva arrivare”. “Vengo dalla società civile e ho fatto due governi con molte difficoltà, in soli due anni ho realizzato l’80% del programma. Lei in quattro, con una maggioranza stabilissima, nulla”, la replica dell’ex premier: “No alla capocrazia”. “Anche oggi Meloni ha detto che è colpa di qualcun altro, dopo 4 anni di governo poteva prendersi delle responsabilità”, la sintesi di Elly Schlein.
Ma sono le critiche del dem Giuseppe Provenzano (“Agli incontri non andava, forse perché non la vezzeggiavano abbastanza come allora faceva Trump?”) a farle alzare la voce e accusare di “misoginia” la sinistra: “Non sono arrivata dove sono arrivata con carezze e moine, ma combattendo, con le mie idee, dimostrando il mio valore e con il consenso dei cittadini. Lei non userebbe questo tono con un collega maschio”