404
di Bendicò
Quella frase gli stava incollata addosso da più di trent’anni. Non la sopportava più.
‘Pagina non trovata’.
Come fosse colpa sua. “Ma io le pagine le trovo eccome - borbottò 404, seduto sul bordo del browser -. Sono loro a cercarle nel posto sbagliato”.
Stavolta l’aveva detto ad alta voce.
Codice 200 gli balzò accanto. “Ascolta - gli sorrise, salutando una richiesta appena evasa -. Adesso io e te ci inventiamo una soluzione”. 404 sogghignò. Bello, lui. Il signor “200, tutto funziona, buona navigazione”.
“Ma se mi hanno creato apposta per dire che non c’è, la soluzione!”, protestò.
“E se l’assenza di soluzione - gesticolò l’altro - fosse essa stessa soluzione?”.
404 alzò gli occhi al cloud. “Ti prego, niente frasi a effetto, che nelle retrovie dell’internet non ci guarda nessuno - sospirò. Te lo dico in un altro modo: io sono l’imbarazzo. Il vuoto. L’interruzione”.
“L’interruzione! - esclamò 200, estatico -. “Che impagabile opportunità”.
“Certo, come no. Sarà per quello che agli utenti saltano i nervi”.
Eppure, per quanto sembrasse svalvolato, 200 non poteva sbagliare. L’avevano creato così! E se…
404 guardò la sua giacca perfetta.
“Prova a prestarmi questa”, gli disse, levandogliela al volo. La infilò, si guardò e sorrise. Una giacca che non copriva gli errori: li metteva in scena. A spalle dritte.
Puntò deciso verso i nuovi indirizzi sbagliati: una lettera invertita, una parola monca, una doppia rimasta single.
Prese coraggio, inspirò e si svelò agli utenti. “Quello che cerchi non è qui -, lessero stavolta -. Ma non è detto che non esista! Vuoi provare a cercarlo altrove?”.
I cursori lampeggiarono incerti. Qualcuno tornò indietro, qualcuno chiuse tutto. Ma qualcuno rimase. Un click, poi un altro. Fino a pagine che non sapeva di voler trovare.
404 sorrise. “Ah, l’errore. Fermarsi. Respirare. Ripensare la rotta. Una benedizione”
Quel giorno, Page not found cambiò nome. Come Cassius Clay, o Cat Stevens. O Prince.
“Sono 404, e ti propongo di cambiare strada. Ne cerchiamo una nuova?”.
100
di Thursday
Alice, girata sul fianco, con gli occhi chiusi, fingeva di dormire.
Accanto a lei Ruggero sedeva nel letto, la schiena dritta, il pigiama stirato, leggendo il giornale.
Riusciva a vederlo chiaramente, persino ad occhi chiusi. Nessuna piega a disturbare l’ordine, nemmeno gli occhiali si azzardavano a scivolargli lungo il naso.
Cominciò a contare dentro di sé. Arrivata a cento, come ogni sera, sentì Ruggero muoversi.
Come ogni sera, l’uomo si alzò, raddrizzò la giacca del pigiama, calzò le ciabatte e si avviò fuori dalla camera.
Ogni sera, alla stessa ora, scendeva al piano di sotto a controllare porte e finestre e a bere un bicchiere d’acqua. Ci metteva esattamente tre minuti. In realtà controllava che in casa tutto fosse a posto, ogni oggetto riposto come e dove lui aveva deciso.
E se avesse trovato qualsiasi errore, si sarebbe inventato un nuovo modo per fargliela pagare. Punirla era l’unica attività in cui dimostrava creatività e fantasia.
Alice sentì i passi che si allontanavano nel corridoio. Li contò. Venticinque. Poi un istante di silenzio e un tonfo sordo. Un suono a spezzare l’ordinata routine di Ruggero.
Contò nuovamente fino a cento. Silenzio. Si alzò e si avvicinò alle scale.
Ruggero era a terra, in fondo alla rampa, immobile. La testa piegata con un angolo inconsueto contro il muro macchiato di sangue.
Finalmente in disordine, il pigiama sgualcito, le ciabatte sfilate.
Alice lo contemplò per un poco. Poi si chinò sul primo scalino, staccò con cura il filo di nylon trasparente teso poco sopra e cominciò ad avvolgerlo.
La matassina era uguale alle decine di altre che Ruggero teneva nella scatola degli attrezzi da pesca, e fra poco lì l’avrebbe messa.
Scese lentamente le scale, scavalcò il corpo, bene attenta a non sfiorarlo più, nemmeno con lo sguardo. In cucina si versò un bicchiere di vino e brindò con il suo riflesso, che le sorrideva dal vetro della finestra.
Quindi chiamò il numero di emergenza. “Venite, per favore, c’è stato un incidente”.
89
di Sam
“Buongiorno, ragazzi!” Maria entrò nella sala surriscaldata, sorridendo.
La vecchia accanto alla porta la fissò con un occhio appannato.
“E tu chi sei?”
“Sono Maria, oggi è giovedì e facciamo la tombola.”
Si tolse il cappotto e salutò gli operatori: “Ciao Giovanna, ciao Giulio, come va?”
“E come vuoi che vada — urlò Luisa dal fondo della stanza — di merda, sono sempre chiusa qua dentro”.
Maria la ignorò: “Chi mi aiuta a dare le cartelle?”
“Io — gridò Carlo spingendo il deambulatore — lasciala perdere, è sempre incarognita”.
“Che premi ci sono oggi?” chiese Rosa mentre sistemava il tabellone.
“Me lo dai un bacino?” supplicò Matilde e tese le labbra secche.
Maria si chinò e le diede un bacio sulla fronte.
“Allora ragazzi, oggi premi speciali: per la Tombola lo shampoo alla mela, per la cinquina la crema per le mani, per quaterna, terna e ambo caramelle senza zucchero.”
Molti ondeggiarono sulle seggiole, mugugnando.
“Non vale — protestò dal fondo Tomaso, dimenando il culone nella carrozzella, — sempre roba da donne, mai una schiuma da barba”.
“La prossima volta”, promise Maria e, dando un’occhiata a un ciuffo di capelli radi davanti a sé, “Tu non giochi?”
La donna la fissò con occhi vuoti, la mano destra giaceva inerte in grembo, la sinistra era scossa da un tremito lieve.
“Lei gioca con me — si intromise la sua compagna di tavolo — vero, Nella?”
Maria rovistò nel sacchetto ed estrasse.
“Settantasette, le gambe delle donne!”
“Qui siamo tutte zoppe!”
“Zitta Jole, che disturbi, poi Maria non viene più”.
“Quattro, il maiale”.
“Allora è Carlo, di sicuro, tocca sempre le chiappe alla Giovanna quando passa col vassoio del tè”.
“Zitta, scema! Ce l’ho io! Ambo!”
“Sedici, la fortuna!”
“Si dice o’ culo” precisò Ciro.
“Se ce l’avessi non sarei qui!” urlò Luisa.
“Ventuno, la donna nuda”.
Carlo mollò il deambulatore, si avventò sulla Giovanna che distribuiva la merenda e le sollevò la maglietta.
Maria si spazientì.
“Basta — minacciò — la prossima volta Scala Quaranta!”
90
di millantastorie
Napoli, 1685
L’oratorio, colmo fino all’altare, non lasciava spazio neppure al fiato, tanta era la gente accorsa alla Lotteria delle zitelle.
Le ragazze concorrenti erano sedute, ma il 90 era all’estremità del banco e sentiva l’odore acre dei panni umidi, l’alito altrui sul collo, la pressione dei corpi vicini che schiacciava le reni contro il legno scuro.
Il mormorio del rosario si zittì di colpo. All’annuncio dell’estrazione, la folla in piedi si agitò e i banchi presero a scricchiolare sotto il peso dei corpi nervosi, ma il 90 restò immobile.
Non per quiete, né per coraggio: semplicemente in quel momento non aveva più carne da muovere, come non aveva più un nome. Dall’ingresso non era stata più persona — bisognosa di dote, degna di carità — ma numero.
“Buon segno! - aveva detto sua madre all’assegnazione - 90 come l’ultima che sarà prima”.
Che sorte l’attendeva adesso?
Se l’estrazione l’avesse resa beneficiata avrebbe ricevuto il maritaggio da venticinque ducati e da povera zita qual era sarebbe divenuta povera moglie poi. Questo voleva?
L’appaltatore intanto si accostò all’urna e calò un silenzio più greve del mormorio che l’aveva preceduto. La mano scese tra i cartigli, li mosse uno contro l’altro con rumore di ossa secche, trasse un numero. Letto ad alta voce, una zita si alzò di scatto e fece un passo avanti urlando felice il suo nome.
Altro numero, altro corpo in piedi; il nome di Dio corse febbrile tra i banchi.
Altra lettura, altro nome; qualcuno cominciò a piangere.
Al quarto numero gli improperi degli scommettitori in fondo si sentirono più forti delle preghiere tra gli stalli. Anche l’ultimo annuncio non fu per il 90; una ragazza rideva senza voce, un’altra cadde tra le braccia delle donne accanto.
La folla si sciolse piano, tra singhiozzi e lamenti sommessi, il 90 seguì il flusso, sorridendo. Usciva come era entrata: senza nome, con addosso ancora il numero per la prossima volta e la certezza che nulla, quel giorno, le era stato tolto o concesso.
25
di lievitomadre
Zahira non credeva nelle maledizioni.
Per questo non aveva dato peso a quello che sua madre aveva sussurrato in arabo, mentre era chinata a chiudere la sua vita in un piccolo trolley.
Le aveva cinto la vita in un abbraccio, le mani sul suo ventre, la testa poggiata tra le scapole.
Aveva preso quel gesto, innaturale per sua madre, come segno d’affetto. Stava per girarsi, felice, quando le parole sussurrate alla base della nuca l’avevano raggelata.
La stava maledicendo?
Nessun rimpianto, quindi, mentre chiudeva dietro di sé la porta di una stanza che non aveva mai chiamato casa.
A distanza di cinque mesi però Zahira ripensò, con terrore, a quell’istante.
Sua madre sapeva.
Strinse la mano di Luca.
Stavano andando, ancora, in ospedale.
La prima volta era di 8 settimane. Aveva sentito un dolore al ventre e perso sangue. Nonostante il pessimismo dei medici, era tornata a casa con l’obbligo di riposo ma con un battito fetale solido come l’amore di Luca.
Da quel giorno c’erano stati diversi altri episodi e il pessimismo dei medici non era cambiato, fino all’ultima predizione sulla probabilità di un parto prematuro.
Ma il sangue era troppo, questa volta. Sapeva già che le avrebbero detto: “È troppo presto”.
Stordita dalle voci delle ostetriche e dalle luci al neon, e sopraffatta dalla paura, Zahira aveva lasciato Luca sulla soglia e si era fatta accompagnare nella sala visite.
Stava partorendo. No, il ginecologo aveva con freddezza detto espellendo.
Fu l’ultima parola che sentì.
Al suo risveglio si ritrovò in un letto. Luca piangeva e le accarezzava il viso.
Non osava chiedere.
Sentiva un dolore al basso ventre e nel petto. La perdita, il vuoto.
Percepì un altro contatto sul dorso della mano.
Si voltò. Sua madre la stava guardando e ripeteva: “Aisha”.
Zahira ritrasse la mano e guardò Luca spaventata.
“È una bimba. Siamo arrivati a 25 settimane, quindi l’hanno rianimata…ed è viva”.
Sua madre le fece scivolare un ciondolo tra le mani, una mano di Fatima.
“Aisha vivrà, bimba mia, perché io l’ho benedetta”.