Uno degli appuntamenti annuali più attesi dagli amanti del cinema in Victoria è il Melbourne International Film Festival (MIFF), che dal 6 al 23 agosto porta nelle sale una selezione di film e documentari provenienti da diversi angoli del mondo.

Il festival, un fiore all’occhiello in Australia, è anche uno dei più antichi al mondo, insieme a Cannes e Berlino. Nella selezione di quest’ultima edizione, c’è Waking hours, un documentario immersivo che racconta la quotidianità di un clan di passeurs.

Girato in notturna nei boschi al confine fra la Serbia e l’Ungheria, mostra la vita di un gruppo di uomini afgani in attesa di aiutare, dietro compenso, i clandestini che vogliano attraversare il confine per entrare in Europa.

Il buio e i suoni sono i protagonisti insieme ai profili irriconoscibili di questi uomini, in quello che è il primo lungometraggio per i due registi, Federico Cammarata e Filippo Foscarini.

Waking Hours è stato presentato alla 40ª Settimana Internazionale della Critica (SIC) durante la 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2025 e in quest’anno ha viaggiato lungo l’Italia e nel mondo, partecipando a numerosi festival, fino ad approdare a Melbourne.

La storia di Waking Hours, però, comincia molto prima di Venezia e da un’idea che nulla aveva a che fare con la migrazione. Cammarata e Foscarini si conoscono nel 2018 a Palermo, dove frequentano la sede siciliana del Centro Sperimentale di Cinematografia, dedicata al documentario. Iniziano a lavorare insieme già durante gli anni di formazione e, una volta conclusi gli studi, decidono di continuare la collaborazione.

Nell’estate del 2023 partono per la Serbia per riuscire a riprendere l’effimera, un insetto dalla vita brevissima - qualche ora - che, dopo circa 3 anni trascorsi allo stato larvale, emerge dalle acque del fiume Tibisco, vicino al confine ungherese, dando vita per poche ore a uno spettacolare fenomeno naturale.

È durante il tragitto verso il fiume che il progetto cambia improvvisamente direzione. “Attraversando un tratto di foresta ci siamo imbattuti in alcune persone e ci è stato impedito di accedere al fiume”, racconta Cammarata.

I due registi sapevano di trovarsi lungo la rotta balcanica, ma soltanto in quel momento scoprono ciò che si nasconde in quei boschi: centinaia di persone organizzate in gruppi, spesso divisi per nazionalità, tra afgani, pakistani, siriani, marocchini, algerini e tunisini.

È una realtà parallela, praticamente invisibile a pochi chilometri dai centri abitati. In quel periodo, racconta il regista, la pressione migratoria sulla frontiera è particolarmente intensa e crescono anche le tensioni tra i diversi gruppi che gestiscono i passaggi verso l’Ungheria.

Cammarata e Foscarini decidono di restare. Il documentario nasce sul posto, senza una sceneggiatura prestabilita e senza una produzione alle spalle. “Ci sembrava una questione da non evitare e da raccontare nell’immediatezza”, spiega.

Tra i diversi gruppi incontrati, soltanto uno accetta la presenza delle telecamere. È un piccolo clan afgano, meno coinvolto direttamente nei passaggi oltre la recinzione e maggiormente impegnato nella logistica. Sono loro a diventare i protagonisti di Waking Hours. “È stato l’unico gruppo che ci ha accolto e ci ha permesso di filmare.

Eravamo reciprocamente curiosi gli uni degli altri”, ricorda Cammarata. Con il passare dei giorni, tra registi e protagonisti nasce una relazione di fiducia, la comunicazione avviene attraverso un inglese elementare, anche se l’uomo più anziano e figura di riferimento del gruppo, conosce qualche parola d’italiano, perché in passato ha vissuto in Italia.

Le riprese durano complessivamente circa cinque settimane, distribuite in due viaggi, e vengono realizzate interamente di notte. Una scelta nata inizialmente per ragioni pratiche e di sicurezza.

Durante il giorno, infatti, erano più frequenti le incursioni della polizia negli accampamenti; la notte garantiva maggiore tranquillità sia agli afgani sia ai due cineasti.

L’oscurità finisce, però, per determinare il linguaggio del film. I volti diventano sagome, la foresta perde coordinate e profondità, mentre rumori, voci e movimenti acquistano un peso insolito. Lo spettatore è costretto a orientarsi attraverso ciò che sente almeno quanto attraverso ciò che riesce a vedere.

Poi, improvvisamente, tutto finisce. Dopo il secondo viaggio dei registi, un’operazione condotta dalle autorità smantella gli accampamenti. I protagonisti del documentario fuggono.

Inizialmente rimangono in contatto con Cammarata e Foscarini, poi le comunicazioni si fanno saltuarie fino a interrompersi completamente.

“Abbiamo vissuto un’esperienza che per queste persone è quotidiana: quella dello sradicamento, della scomparsa”, osserva Cammarata. I registi restano così soli con ore di materiale ancora da comprendere e organizzare. Anche per queste, sebbene le riprese fossero durate poche settimane, il montaggio richiede circa un anno e mezzo.

La difficoltà non è soltanto visiva: i protagonisti parlano pashto, dari e urdu, spesso mescolando registri e codici linguistici utilizzati per rendere più difficile la comprensione delle conversazioni. Anche trovare traduttori disposti a lavorare sul materiale si rivela complicato.

Da quella lunga elaborazione nasce un film che evita di offrire giudizi semplici e sceglie invece semplicemente di osservare e far osservare la figura del passeur.

Cammarata e Foscarini hanno voluto raccontare le storie di queste persone, perché rispetto a loro “c’è un buco narrativo e per questo ci rifacciamo a un immaginario cinematografico spesso fantasioso” e stereotipato quando pensiamo a loro.

“Il rischio è - continua - che quando ci sono questi buchi narrativi, si infilano le propagande politiche e le ideologie, perché diventa facile costruire delle storie intorno”.

È proprio qui, secondo Cammarata, che si trova uno dei nuclei centrali del documentario. Se il cinema, la letteratura e il giornalismo hanno prodotto negli anni moltissime immagini dei migranti, molto meno conosciuta resta l’infrastruttura umana che rende possibili gli spostamenti clandestini attraverso le frontiere. 

Waking Hours non assolve i suoi protagonisti, ma prova a mostrarli nella loro quotidianità e nelle contraddizioni umane di un’esistenza sospesa.

Molti sono giovanissimi spesso trascorrono anni lungo le rotte migratorie, guadagnano denaro accompagnando o aiutando altre persone a superare i confini, ma allo stesso tempo restano intrappolati in quel sistema.

Nel caso di alcuni degli afgani incontrati dai registi, anche il rientro in patria appare difficile dopo il ritorno dei talebani al potere. “Trafficante e migrante hanno in comune il fatto di vivere una realtà di sospensione e di rischio che può durare anni”, osserva Cammarata.

Dopo la presentazione alla Mostra di Venezia, Waking Hours ha iniziato un lungo viaggio attraverso festival europei e asiatici, ora l’approdo al MIFF porta quella notte senza coordinate dall’altra parte del mondo.

Per i due registi, intanto, la ricerca continua. Cammarata e Foscarini stanno lavorando a una videoinstallazione tratta dal materiale di Waking Hours, per portare all’estremo la dimensione immersiva del film, e hanno già iniziato le riprese di un nuovo progetto a Mitrovica, in Kosovo, una città divisa tra comunità serba e albanese.

Ancora una volta, al centro del loro sguardo c’è la divisione tra culture, religioni, società. E ciò che accade alle persone costrette a vivere, in uno spazio incerto fatto di odio, conflitti e disumanizzazione dell’altro. 

La prossima proiezione del documentario è prevista per mercoledì 19 agosto 2026 alle 21:15 all’ACMI, a Melbourne.