“Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. Non è la parola che, in Afghanistan, si associa più frequentemente alla parola donna. Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica”.
È il resoconto di un recente incontro online con alcune donne della resistenza, collegate da Kabul, e la Fabbri racconta di schermi oscurati, perché mostrare il volto è pericoloso, nomi di fantasia, per non svelare la propria identità, frequenti interruzioni del collegamento, per dare il tempo di cambiare postazione, perché chi è al potere oggi in Afghanistan impone alle donne un’ideologia rozza, spietata e atavica ma sa utilizzare le sofisticate tecnologie moderne per spiare e reprimere le partigiane afghane.
Sono passati ormai cinque anni dal ferragosto del 2021, quando assistemmo allibiti alla disonorevole e scomposta ritirata degli occupanti occidentali che restituivano il potere ai talebani, in applicazione di accordi segreti, siglati tempo addietro con i loro capi.
Credo che tutti ricordiamo quelle ore di angoscia: eserciti potenti in rotta, che abbandonavano al nemico armi e mezzi; afghani terrorizzati che invadevano l’aeroporto della capitale per tentare la fuga; uomini disperati aggrappati ai carrelli degli ultimi aerei in partenza da Kabul.
Più di tutto, ci commosse e ci preoccupò, in quei giorni, il destino delle donne e un po’ ovunque sorse un commovente e spontaneo moto di solidarietà. Di quella commozione internazionale, cinque anni dopo, non è rimasta traccia: abbiamo spento l’interruttore della cattiva coscienza, forse preoccupati da tante altre cose, e l’Afghanistan è oggi un paese oscuro, in condizioni drammatiche, guidato da un regime che lo trascina verso un futuro rovinoso.
Solo la Russia ha riconosciuto il governo afghano, per il resto del mondo quella dei talebani resta un’autorità “de facto”; tuttavia, con quelle autorità i governi occidentali stanno intensificando il dialogo, con il pretesto di assicurare alla popolazione aiuto umanitario, perché il paese, amministrato da un governo incompetente e rapace, è colpito da una crisi senza precedenti e, secondo un rapporto di Emergency, quasi ventidue milioni di persone, in maggioranza donne e bambini, sono alla fame.
Con questo pretesto il governo talebano, che quella crisi ha provocato, moltiplica i tentativi di farsi riconoscere e mantiene rapporti con le cancellerie occidentali, promettendo riforme e assicurando che le cose stanno cambiando. Ufficialmente i governi occidentali mantengono rapporti con le autorità afghane esclusivamente attraverso il cosiddetto “processo di Doha”, gestito dalle Nazioni Unite secondo la formula del “coinvolgimento senza riconoscimento”, per affrontare solo questioni di carattere umanitario e di sicurezza regionale. Ma il processo di Doha è criticato dagli operatori umanitari, sia perché i governi occidentali hanno accettato la condizione posta dai talebani di non affrontare la questione della condizione femminile, sia perché i talebani ne approfittano per cercare di ottenere una progressiva normalizzazione dei rapporti. Le cancellerie occidentali hanno, del resto, le loro agende: è di questi giorni la notizia che il governo tedesco continua a rimpatriare cittadini afghani e questi rimpatri non potrebbero certamente avvenire senza il consenso delle autorità afghane, quindi qualcosa deve pur essere stato patteggiato, in segreto, fra i due governi.
Ma il problema non sono solo i governi: un numero crescente di influencer si reca in Afghanistan e fomenta la crescita di una sorta di turismo alternativo, per cui è in forte aumento il numero di occidentali che scelgono l’Afghanistan come meta esotica, in alternativa alle solite rotte. Del tutto disinteressati alla situazione politica e sociale del paese, questi influencer e questi turisti sono diventati un nuovo strumento nelle mani del governo talebano, utile a propagandare l’immagine di un paese “normale”: gli scatti di luoghi storici e paesaggi meravigliosi che circolano sempre più abbondanti sui social, postati da questi incoscienti turisti occidentali, contribuiscono a diffondere l’idea distorta che l’emirato sia solo un luogo affascinante, lontano dalle tradizionali e affollate mete turistiche.
Ma l’Afghanistan non è affatto normale: cinque anni fa i talebani sono tornati al potere promettendo che avrebbero rispettato i diritti delle donne, ma secondo la loro peculiare interpretazione della legge islamica, e con questo stratagemma hanno svuotato di significato quella promessa tanto che, secondo stime UNICEF, oggi, a quasi quattro milioni di afghane fra i 7 e i 18 anni, è impedito l’accesso alla scuola: un’intera generazione di giovani donne ha il futuro compromesso e nel breve volgere di qualche decennio tutto il paese ne soffrirà.
Per questo si parla oggi, sempre più diffusamente, di apartheid di genere: se i diritti delle donne sono deboli in tutto il mondo, l’Afghanistan è forse l’unico paese che promuove attivamente un sistema normativo che esclude le donne dalla vita pubblica e le mantiene sistematicamente sotto controllo in qualsiasi loro attività quatidiana, semplicemente in quanto donne.
A cinque anni dal ritorno dei talebani al potere la condizione delle donne afghane è più che mai drammatica ma nuclei di resistenza attiva esistono e, in occidente, è importante riaccendere i riflettori per sostenere la lotta delle partigiane afghane.
Molto si può fare: finanziare i progetti di organizzazioni come il CISDA a sostegno di quelle donne coraggiose; fare pressione sui nostri governi affinché i talebani restino isolati sul piano diplomatico; lottare contro il rimpatrio forzato dei rifugiati afghani; sostenere le iniziative che chiedono il riconoscimento del crimine di apartheid di genere.
Per le donne afghane, tante volte tradite, dobbiamo lottare come lottammo contro l’apartheid in Sudafrica. E, certamente, non dobbiamo andare a fare i turisti in un paese che, ogni giorno, impedisce alle donne di vivere.
stravagario.aladino@gmail.com