Ilaria è propensa a dare ragione al fratello e per lei: “la cosa più desolante di tutta la faccenda dell’aeroporto non è l’arroganza del potere, la certezza dell’impunità, la cultura fatta sistema della ruberia privata ai danni del bene collettivo, bensì il fatto che solo pochi si sono dati la pena di protestare”.

Durante il viaggio che mi ha riportato in Germania ho cominciato a leggere un romanzo: “Sangue giusto”, di Francesca Melandri. Quasi subito sono inciampato in queste parole e mi sono sembrate un perfetto riassunto di cosa sia l’Italia e un monito per me, che devo tornare a viverci. Quelle poche righe mi hanno ricordato i motivi che spingono molti ad andarsene.

Ma in Italia non ci sono solo gli indifferenti. È vero, molti scandali passano inosservati, la corruzione non scuote le coscienze e spesso le ingiustizie vengono ignorate. Ma ci sono anche tanti che non voltano la testa dall’altra parte; ci sono quelli, testardi e commoventi, che non sanno stare zitti e che il paese ci provano a cambiarlo. Nelle settimane d’estate trascorse a girovagare per la penisola ne ho incontrati alcuni; ho raccolto piccole storie che restituiscono dell’Italia un’immagine in chiaroscuro, con qualche sfumatura di colorato ottimismo. Questi brevi incontri si sono consumati in luoghi marginali: una comunità cristiana di base, la biblioteca di un centro sociale, il tavolino di una bettola, davanti a un piatto di pasta profumato di basilico. Piccoli momenti che, però, mi hanno restituito un po’ di speranza; sorrisi veri, voci dal basso, storie semplici che raccontano di un’Italia che non si rassegna. È l’Italia che resiste, di cui scrivevo poche settimane fa.

A Genova ho incontrato Barbara, un’amica conosciuta proprio a Melbourne; un giorno ha deciso che era arrivato il momento di tornare e si è stabilita nei vicoli dove “il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”. Nella città vecchia ha trovato il terreno ideale per esprimere la sua ansia di impegno sociale, perché Genova, secondo lei, è rimasta una realtà attenta e solidale. Dalla questione palestinese, ai diritti dei migranti, alla pace, Barbara è impegnata in tanti gruppi e in meno di un anno dal suo rientro ha costruito una fitta rete di legami con tanta gente che la pensa come lei. “A Melbourne andavo alla manifestazioni per la Palestina sempre da sola”, racconta, “qui invece la solidarietà è forte”.

Nella periferia milanese ho rivisto Gabriella, un’insegnante che ha sempre lottato contro le tante carenze della scuola. Da molti anni sostiene la lotta delle donne afghane contro il fondamentalismo che le schiaccia e le annulla e in passato organizzava anche i corsi di italiano per i migranti e quelli per far prendere la licenza media alle donne dei quartieri popolari della sua zona, arrivate in Lombardia dal sud negli anni Cinquanta, senza aver avuto la possibilità di studiare. Gabriella non si ferma mai e la sua rete di rapporti è fitta di gente che si dà da fare come lei.

A Roma Paolo mi ha raccontato del teatro che organizza in un carcere dove i detenuti non hanno nulla da fare e passano il tempo in celle affollate. Giulio, da sempre impegnato per la pace, mi ha parlato invece di speranze deluse, ma resta convinto che quello della nonviolenza sia l’unico cammino veramente umano e anche lui non si ferma, corre da un convegno a una manifestazione, organizza dibattiti, scrive libri. Dalla Jugoslavia in fiamme alla Gerusalemme dell’intifada, lui c’è sempre stato, pronto anche a rischiare per fermare le guerre e promuovere il dialogo. Oggi è impegnato, insieme a tanti altri, per convincere l’Europa che il riarmo non è la strada giusta per il futuro.

Ho incontrato anche tanti giovani: Sofia, assistente sociale che ha scelto di vivere e lavorare in un quartiere degradato della sia città; Julia, che è andata fino all’isola di Lesbo, in Grecia, per aiutare i profughi ammassati senza assistenza, terrorizzati dalle autorità e abbandonati al loro destino; Marco, musicista, che fa volontariato nelle carceri e da lezioni di musica ai detenuti; Agnese, psicologa, che scende ostinatamente in piazza per l’ambiente e la Palestina, anche se a farlo oggi si rischia l’arresto; Sara, che vive in Germania e a Roma c’è andata per fare volontariato e ha passato l’estate a lavorare gratis per “La Città dell’Utopia”, un vecchio casale un po’ dissestato diventato una sorta di esperimento di cittadinanza attiva per la gente del quartiere, dove si organizzano cene sociali, orti comunitari, campionati di briscola per pensionati, cineforum e scuole popolari.

Sono solo alcune delle storie che ho conosciuto nelle poche settimane in cui ho girato per l’Italia, storie che mi infondono speranza e che mi fanno capire che, sì, è vero, il paese è devastato dalla speculazione e dalla corruzione, ma è anche pieno di centri sociali che animano di cultura la vita di quartieri desolanti, associazioni impegnate in tutti campi del sociale, ambulatori con medici volontari dove i migranti senza assistenza sanitaria possono andare a farsi visitare, parrocchie che accolgono e sfamano i senzatetto privi di assistenza pubblica.

L’Italia, allora, non è solo una rete di interessi e privilegi. C’è anche una rete di impegno sociale che vuole costruire un futuro diverso e, a tornarci a vivere, come ha fatto l’amica genovese, si può avere la buona sorte di mettere il proprio tempo a disposizione di questi costruttori di futuro. Si può diventare una di tante piccole storie senza pretese che, messe tutte assieme, formano una storia più grande e più bella.

Mentre tornavo alla vita di tutti i giorni la “Freedom Flotilla” salpava dal porto di Genova, salutata da cinquantamila manifestanti. “Emozionata e orgogliosa di essere qui”, ha postato Barbara dalle strade affollate e gioiose dell’angiporto.

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