TEHERAN - Oman e Iran stanno negoziando l’apertura di un “corridoio temporaneo” per la navigazione e lo sminamento dello Stretto di Hormuz, ma non hanno ancora raggiunto un’intesa sulla sua completa riapertura, che Teheran subordina alla fine della guerra con gli Stati Uniti.

Affacciati su questo passaggio strategico (cuore pulsante della guerra in Medio Oriente), i due Paesi cercano da diverse settimane di definire i termini per la ripresa del traffico marittimo, bloccato da Teheran dall’inizio del conflitto a febbraio. 

Il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno da Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra è infatti fallito. Il documento prevedeva in particolare la riapertura dello Stretto, attraverso il quale, prima dello scoppio delle ostilità, transitava un quinto degli idrocarburi mondiali; circostanza che rende un compromesso sulle procedure di navigazione cruciale per la ripresa di qualsiasi negoziato di pace. 

A Teheran, i ministri degli Esteri iraniano e omanita hanno discusso un accordo quadro per la creazione di un passaggio temporaneo e per le relative operazioni di sminamento, secondo quanto riportato in una dichiarazione congiunta.

Il ministro degli Esteri omanita, Badr al-Busaidi, ha auspicato di “annunciare presto” questo nuovo corridoio e “le disposizioni pratiche per il ripristino della navigazione sicura”. Da Muscat hanno inoltre fatto sapere che i negoziati proseguiranno per stabilire un corridoio “permanente” e definire “la futura gestione dello stretto”, oltre a un meccanismo per “fornire i necessari servizi di navigazione e sicurezza”. 

Sul fronte militare, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che “sono stati raggiunti alcuni accordi in merito alla ripartizione delle acque dello Stretto tra i due Paesi e alla quota di entrate spettante a Iran e Oman”, una prospettiva a cui Washington si oppone categoricamente rifiutando l’imposizione di pedaggi.

Secondo diverse testate giornalistiche, l’accordo di transito proposto prevede che le navi in entrata nel Golfo attraversino le acque territoriali iraniane, mentre quelle in uscita utilizzino le acque omanite, con Teheran che manterrebbe comunque un certo grado di supervisione. 

La Repubblica islamica continua, tuttavia, a pretendere da Washington la fine della guerra “su tutti i fronti” e la revoca del blocco statunitense sui porti iraniani prima di prendere in considerazione qualsiasi riapertura, come ha ribadito il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi. 

“L’Oman e l’Iran stanno di fatto negoziando gli elementi di un’architettura di governance e sicurezza postbellica per lo Stretto di Hormuz, il che spiega la lentezza del processo”, ha dichiarato all’Afp il ricercatore omanita Abdallah Baabood. Lo studioso ha spiegato che le discussioni si concentrano in particolare su sovranità, giurisdizione, controllo delle navi e potenziali tariffe, nonché sulla conformità di qualsiasi accordo al diritto internazionale.  

Mentre Teheran collega la piena riapertura dello Stretto al più ampio confronto con Washington (che include la revoca delle sanzioni e del blocco statunitensi, oltre a richieste di risarcimento e garanzie di sicurezza), l’Oman cerca di “dissociarsi il più possibile” dallo Stretto. “La libertà di navigazione è parte di un conflitto più ampio”, afferma Baabood, individuando in queste strategie divergenti “la vera causa del ritardo”. 

Washington non ha commentato la dichiarazione congiunta, pur avendo riferito, prima della sua pubblicazione, di alcuni progressi sulla questione di Hormuz. Il presidente statunitense Donald Trump ha sostenuto più volte che lo Stretto si trova sotto il controllo statunitense (affermazione sempre negata da Teheran) e ha minacciato l’Oman di bombardamenti se il Sultanato si fosse messo “sulla strada” dell’avanzata statunitense verso la via d’acqua. 

Gli Stati Uniti “potrebbero non gradire alcuni aspetti della diplomazia omanita, ma ha anche bisogno del canale che l’Oman fornisce”, sottolinea Baabood. Muscat si trova infatti in una posizione delicata: agendo da intermediario tra Teheran e Washington, deve mantenere buoni rapporti con entrambe le parti.

Per evitare di dare l’impressione di avallare un controllo iraniano duraturo sulla navigazione nello Stretto, secondo il ricercatore, l’Oman sta coinvolgendo altri Stati costieri nelle discussioni e invocando il diritto internazionale. L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere una “garanzia collettiva di libertà di navigazione”, piuttosto che fare affidamento sul potere coercitivo iraniano o su una presenza militare statunitense permanente. “Questo sarebbe un risultato tipicamente omanita: non un grande accordo di pace, ma un accordo pragmatico”, conclude Baabood.