PECHINO - Al di là della protocollare cortesia e della diplomazia personale tra i leader delle due principali potenze mondiali, il primo incontro a Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump ha fatto emergere con forza la profonda distanza che separa Cina e Stati Uniti sul destino di Taiwan.  

Il presidente cinese ha lanciato un avvertimento esplicito alla Casa Bianca, definendo il dossier dell’isola come “la questione più importante nelle relazioni sino-statunitensi”. Un tema altamente infiammabile che, se gestito male, potrebbe spingere le due sponde del Pacifico verso un conflitto diretto dalle conseguenze imprevedibili per l’ordine mondiale. 

Il bilaterale presso la Grande Sala del Popolo è durato 130 minuti (mezz’ora in più rispetto al loro ultimo faccia a faccia a Busan, in Corea del Sud) e ha toccato i principali scacchieri internazionali, dalla crisi ucraina alla situazione in Medio Oriente, fino alle tensioni nella penisola coreana. Tuttavia, è sulla questione taiwanese che Xi Jinping ha usato i toni più duri, esortando Trump a muoversi con “estrema cautela”.

“Se la questione sarà gestita correttamente – ha detto il leader cinede – i rapporti tra i due Paesi potranno mantenere una stabilità complessiva. Ma se non sarà gestito bene, le due nazioni potrebbero entrare in rotta di collisione o addirittura scontrarsi, spingendo l’intera relazione sino- statunitense in una situazione estremamente pericolosa”. 

Per comprendere la fermezza di Pechino, occorre risalire al 1949, quando i nazionalisti del Kuomintang guidati da Chiang Kai-shek, sconfitti nella guerra civile dalle forze comuniste di Mao Zedong, si rifugiarono a Taiwan, continuando a proclamarsi come il legittimo governo cinese.

Da allora coesistono due realtà separate: la Repubblica Popolare Cinese (Rpc) a Pechino e la Repubblica di Cina (Roc), con capitale Taipei. Per il Partito Comunista Cinese si tratta di una ferita storica aperta, un problema di sovranità nazionale e identità territoriale non negoziabile, al pari di Hong Kong e del Tibet, che la legge anti-secessione autorizza a risolvere anche con l’uso della forza, qualora Taipei proclamasse formale indipendenza. 

Oggi, tuttavia, l’importanza dell’ex Formosa non è solo geopolitica, ma tecnologica e militare. Abitata da 23 milioni di persone e democraticamente consolidata, l’isola è il cuore pulsante della produzione mondiale di semiconduttori avanzati grazie al colosso Tsmc. Smartphone, intelligenza artificiale, automobili e sistemi militari di tutto l’Occidente dipendono dai chip taiwanesi.  

Inoltre, Taiwan occupa una posizione geografica cruciale per limitare l’accesso navale cinese al Pacifico; se Pechino ne assumesse il controllo, la sua marina avrebbe totale libertà operativa nell’oceano occidentale, minacciando gli storici equilibri statunitensi nell’area. 

Ufficialmente, i rapporti sull’asse Washington-Taipei sono regolati dalla One China Policy (la politica di una sola Cina), un principio diplomatico per cui gli Stati Uniti riconoscono il governo di Pechino come unico rappresentante legittimo e considerano Taiwan una provincia cinese temporaneamente separata. Questo schema permette a Washington di mantenere relazioni formali con la Rpc e, contemporaneamente, legami informali e solidi contratti di vendita di armi con Taipei per garantirne la difesa. 

I rapporti tra Trump e il dossier Taiwan hanno una storia complessa. Già nel dicembre 2016, da presidente eletto, Trump scatenò l’ira di Pechino accettando una telefonata diretta dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen (la prima dal 1979), arrivando a ipotizzare che gli Usa non fossero necessariamente vincolati alla One China Policy se non in cambio di accordi commerciali vantaggiosi. Sebbene nel febbraio 2017 il presidente Usa avesse poi confermato il rispetto del principio diplomatico, il suo primo mandato si è chiuso con un forte incremento delle forniture militari a Taipei. 

Oggi, nel pieno del nuovo vertice, l’amministrazione Trump ha scelto una mossa strategica: mettere temporaneamente in stand-by un pacchetto di aiuti militari a Taiwan da 13 miliardi di dollari, una concessione temporanea volta a favorire l’esito dei negoziati economici in corso. 

Sul fronte commerciale, Xi Jinping ha cercato di smussare l’approccio aggressivo della Casa Bianca basato su dazi e restrizioni all’export tecnologico. “I fatti hanno dimostrato più di una volta che non ci sono vincitori nelle guerre commerciali”, ha avvertito il leader cinese, ribadendo che il successo di ciascuna parte deve rappresentare un’opportunità per l’altra.

Trump, dal canto suo, ha risposto chiedendo una cooperazione basata su una rigida reciprocità: “Sono qui oggi per rendere omaggio a lei e alla Cina, guardando con interesse al commercio e agli affari. E sarà totalmente reciproco da parte nostra”.  

Il terreno economico era stato minuziosamente preparato nelle ore precedenti a Seul, dove il Segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha incontrato il vicepremier cinese He Lifeng per raggiungere “risultati bilanciati e positivi”, confermati dallo stesso Xi durante l’incontro.

A dimostrazione delle enormi praterie di business ancora aperte, il presidente cinese ha voluto incontrare personalmente la folta delegazione di Ceo statunitensi al seguito di Trump, tra cui Elon Musk (Tesla/SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Culp (GE Aerospace), Kelly Ortberg (Boeing) e Jensen Huang (Nvidia), assicurando loro che le imprese statunitensi avranno prospettive di sviluppo ancora maggiori nel mercato cinese. 

Al termine dei colloqui, per sigillare l’atmosfera di distensione personale nonostante i pesanti nodi strategici irrisolti, Xi Jinping ha accompagnato Donald Trump in visita al Tempio del Cielo, uno dei luoghi più celebri e carichi di simbolismo storico della capitale cinese.