C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi film la vita di Totò. È quella di un uomo ormai quasi cieco che arriva sul set sorretto dagli altri, affaticato, segnato dalla malattia. Poi il regista dà il via alle riprese. E accade qualcosa di inspiegabile: il corpo si raddrizza, lo sguardo sembra ritrovare un punto fermo, la voce acquista ritmo, il volto torna a essere quello che milioni di italiani conoscono. Per qualche minuto Antonio De Curtis scompare e lascia il posto a Totò.

È forse questo il paradosso più affascinante del grande attore napoletano: l’uomo era stanco, il personaggio sembrava inesauribile.
Dietro la maschera del “principe della risata” convivevano infatti due persone diverse. Da una parte Antonio De Curtis, principe per davvero, orgoglioso delle proprie origini nobiliari e desideroso di essere riconosciuto come un grande interprete. Dall’altra Totò, il comico capace di trasformare ogni smorfia, ogni pausa, ogni movimento del corpo in un’esplosione di comicità. Un personaggio così potente da finire quasi per divorare il suo creatore.

Negli ultimi anni della sua vita questo conflitto diventò ancora più evidente. Il pubblico continuava ad adorarlo, ma lui era attraversato da un dubbio che lo tormentava: aveva davvero sfruttato il proprio talento? Oppure aveva trascorso una vita intera recitando in film destinati a essere dimenticati?

Era una domanda tutt’altro che astratta. Per decenni la critica aveva guardato con sufficienza gran parte della sua produzione cinematografica, considerandola un insieme di commedie commerciali, girate in fretta e lontane dal cinema “serio”. Mentre gli spettatori riempivano le sale e imparavano a memoria le sue battute, molti intellettuali continuavano a relegarlo nel regno dell’intrattenimento leggero.

Quando ormai sembrava che quella sentenza fosse definitiva, arrivò un’occasione inattesa. Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore e regista tra i più influenti del Novecento, lo volle protagonista di Uccellacci e uccellini. Accanto a lui c’era un giovanissimo Ninetto Davoli. Tra il vecchio maestro della comicità e quel ragazzo si creò un rapporto speciale, quasi paterno, fatto di affetto e complicità. Per Totò quel film rappresentò molto più di un semplice ruolo. Era la dimostrazione che qualcuno aveva finalmente visto ciò che lui aveva sempre sperato: dietro la maschera del clown c’era un attore straordinario.

Il riconoscimento arrivò anche all’estero, con una menzione speciale al Festival di Cannes, e in Italia con il Nastro d’Argento. Ma insieme alla soddisfazione emerse anche un rimpianto difficile da cancellare: cosa sarebbe successo se avesse incontrato prima il cinema d’autore? Se qualcuno avesse intuito molti anni prima la profondità nascosta dietro quella comicità apparentemente istintiva?
Pasolini lo richiamò anche poco dopo, nell’episodio Che cosa sono le nuvole?, uno dei lavori più intensi e poetici dell’ultima parte della sua carriera. Sarebbe stato il suo ultimo set cinematografico, una sorta di testamento artistico in cui Totò, quasi inconsapevolmente, sembrava interrogarsi sul senso della vita, del teatro e dell’esistenza stessa.

Eppure, mentre il cinema iniziava finalmente a riconoscerne il valore, la salute peggiorava rapidamente. La vista era ormai gravemente compromessa. Sul set recitava spesso ricordando a memoria gli spazi, guidato dalle voci dei colleghi e dall’istinto maturato in decenni di palcoscenico. Bastava il rumore del ciak perché ritrovasse una precisione che sembrava impossibile per un uomo nelle sue condizioni.

La sua stessa maschera, quella che sarebbe diventata una delle più riconoscibili della storia dello spettacolo italiano, nacque quasi per caso. Da giovane, durante un incontro di pugilato, ricevette un pugno che gli spostò la mascella. Quell’imperfezione modificò per sempre la sua espressione, contribuendo a creare quel volto asimmetrico, mobile e irripetibile che sarebbe diventato la sua firma.
Negli stessi anni cambiava anche l’Italia.

Era un Paese ancora attraversato da un forte moralismo. La televisione pubblica esercitava una censura capillare, convinta di dover proteggere gli spettatori da qualunque allusione ritenuta sconveniente. Quando la Rai decise di dedicargli una serie di sketch televisivi, molte scene vennero tagliate o riscritte. Sparirono doppi sensi, battute, riferimenti politici e perfino gag considerate potenzialmente offensive per categorie insospettabili. Il risultato fu una comicità addomesticata, privata di quella libertà che aveva reso Totò unico. Era la dimostrazione di quanto fosse difficile, in quegli anni, accettare un umorismo capace di giocare con il linguaggio, con le convenzioni sociali e con l’autorità. Eppure proprio quella libertà era sempre stata il cuore della sua arte.

Anche la sua vita privata dovette fare i conti con le convenzioni dell’epoca. Per 15 anni accanto a lui ci fu Franca Faldini, compagna fedele ma mai ufficialmente riconosciuta come moglie. Una relazione che la mentalità del tempo guardava ancora con sospetto. Quando Totò morì, il 15 aprile 1967, colpito da un infarto, proprio quelle convenzioni arrivarono a imporre un’ultima dolorosa umiliazione: alla donna che aveva condiviso con lui gli ultimi 15 anni di vita non fu consentito assistere alla benedizione della salma nella casa in cui avevano vissuto insieme.

Ma se in vita Totò aveva spesso avuto l’impressione di non essere compreso fino in fondo, la sua morte raccontò una verità completamente diversa. Aveva immaginato un funerale semplice, quasi silenzioso. Diceva di voler andare via “alla chetichella”, senza clamore, per essere sepolto nella cappella di famiglia che aveva fatto costruire anni prima nel Cimitero del Pianto, a Napoli.

Accadde l’esatto contrario. Il primo funerale si svolse a Roma, con la partecipazione del mondo del cinema, della cultura e delle istituzioni. Poche ore dopo, il feretro arrivò a Napoli, dove una folla immensa invase le strade per salutare il suo artista più amato. Migliaia di persone accompagnarono il corteo in un abbraccio collettivo che trasformò l’addio in una manifestazione d’affetto senza precedenti.

E non bastò. Qualche settimana dopo, nel Rione Sanità, il quartiere dove era nato, venne organizzato un terzo funerale. Questa volta la bara era vuota: il corpo era già stato sepolto.