WASHINGTON – Donald Trump ha rinviato “l’escalation significativa” contro l’Iran in parte per la scarsità di munizioni e intercettori Patriot contro i missili di Teheran, sempre più insidiosi e pericolosi.
La decisione, emersa dall’incontro di venerdì del presidente con i principali consiglieri e i membri di alto livello dell’amministrazione, ha dato il via alla tregua negli attacchi per il secondo giorno di fila, nel mezzo di “buoni” progressi negoziali segnalati tra Teheran e i mediatori sullo Stretto di Hormuz.
L’Iran ha comunicato al Pakistan la sua disponibilità a proseguire i colloqui a Ginevra, Doha o Islamabad, accettando - come ulteriore segno “di buona volontà” - di rinunciare a ritorsioni per gli attacchi americani. “I mediatori sono al lavoro per cercare di impedire un’escalation della tensione”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, in una conferenza stampa.
Trump sta “concedendo spazio ai colloqui: sta lasciando un po’ di margine alla diplomazia”, ha notato l’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz, assicurando che gli Stati Uniti sono “pronti a tutto” per ulteriori attacchi, avendo trasferito altre risorse militari nella regione. Waltz, a Fox News, ha smentito che l’America stia razionando munizioni e missili Patriot per i problemi di approvvigionamento: “Le persone che diffondono queste sciocchezze meritano di finire in prigione”, ha attaccato.
La svolta del presidente statunitense, secondo le ricostruzioni a vario titolo di New York Times e Cnn, è maturata sugli avvertimenti del vicepresidente JD Vance e di Dan Caine, il capo di Stato Maggiore congiunto, di fronte ai rischi di una nuova ondata militare contro l’Iran nell’incontro nello Studio Ovale di venerdì.
Caine ha rimarcato che, pur se possibili, i combattimenti avrebbero “pericolosamente” esaurito gli intercettori disponibili per il Centcom, tra Patriot e armi offensive come i missili da crociera Tomahawk. Vance, invece, ha basato la sua campagna elettorale sull’opposizione agli interventi militari americani in Medio Oriente e ha espresso con crescente fermezza la sua contrarietà alla guerra contro l’Iran, esponendosi in prima persona - a costo di giocarsi le chance per le presidenziali del 2028 - nella firma del cessate il fuoco negoziato con l’Iran, poi naufragato.
Gli Stati del Golfo, inoltre, sono stanchi di un conflitto arrivato al quinto mese e vorrebbero chiuderlo, pur se manca una visione univoca sulla soluzione: l’ulteriore prolungamento potrebbe costare agli Usa la perdita di preziosi alleati regionali. Trump ha quindi ordinato ai vertici militari lo stop a nuovi attacchi.
Intanto, si profila un’altra settimana molto intensa: il premier israeliano Benjamin Netanyahu volerà a Washington e vedrà Trump martedì alla Casa Bianca, mentre Londra si avvia a ospitare la prima riunione della coalizione per l’apertura incondizionata di Hormuz, in base alle indiscrezioni circolate.
Netanyahu ha detto a Fox News che, nello Studio Ovale, coglierà “l’opportunità di confrontarsi con il nostro grande amico, il presidente Trump, e di ascoltare le sue intenzioni. Credo infatti che, sotto molti aspetti, la decisione spetti a lui”.