WASHINGTON - L’accordo tra Stati Uniti e Iran appare più vicino che mai, ma le ore che precedono la possibile firma del memorandum sono scandite da dichiarazioni contrastanti, smentite reciproche e continui rilanci che testimoniano quanto le posizioni restino ancora distanti.
Mentre Washington, Islamabad e diversi Paesi del Golfo mostrano ottimismo sulla possibilità di una svolta imminente, da Teheran continuano ad arrivare segnali prudenti, soprattutto per quel che riguarda le questioni più delicate, come il programma nucleare iraniano e il futuro dello Stretto di Hormuz.
Donald Trump ha affermato che, una volta raggiunto l’accordo, “lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti”, presentando il memorandum come un passaggio decisivo per riportare stabilità nella regione. Una versione che tuttavia non trova conferma da parte iraniana, che, tramite il portavoce del Ministero degli Esteri, Ismail Baghaei, ha dichiarato che anche dopo l’eventuale firma si “continuerà a riscuotere i pagamenti per i servizi forniti nello Stretto di Hormuz”, aggiungendo anche che “lo sblocco dei fondi iraniani congelati è parte integrante dell’accordo” e che “l’esistenza di basi straniere e la presenza militare nella regione devono cessare”.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha spiegato che l’intesa verrà firmata “a distanza”, escludendo l’ipotesi di una cerimonia a Ginevra che fino a pochi giorni fa sembrava la soluzione più probabile.
Se Teheran evita riferimenti a date precise, parlando genericamente di una firma “nei prossimi giorni”, ancora più netta è stata la posizione dei Pasdaran, che hanno ipotizzato che l’insistenza del presidente americano per siglare l’accordo, il 14 giugno, fosse giustificata dalla volontà di annunciare il successo diplomatico nel giorno del suo ottantesimo compleanno.
Al di là delle divergenze sulle tempistiche, molti osservatori ritengono ormai acquisito un punto: un testo condiviso esiste. A rafforzare questa convinzione è stato anche l’annuncio da parte dell’Iran delle date dei funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, programmati tra il 4 e il 9 luglio, dopo mesi di rinvii dovuti alla guerra. Una decisione interpretata come il segnale che Teheran si aspetta una progressiva stabilizzazione della situazione per quelle date.
Per quanto riguarda uno dei nodi più delicati del negoziato, quello sull’arsenale nucleare iraniano, alcune fonti hanno rivelato che il memorandum costituirebbe soltanto una cornice generale dalla quale partirebbero sessanta giorni di trattative approfondite per definire i dettagli più complessi. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente americano ha già delineato la propria visione del futuro programma nucleare iraniano sostenendo che, una volta raggiunta una situazione di stabilità, gli Stati Uniti interverranno per recuperare il materiale nucleare e ridurne il livello di arricchimento fino alla sua eliminazione.
Teheran respinge però questa eventualità, ribadendo che l’unica soluzione accettabile consiste nella gestione interna delle scorte di uranio arricchito, attraverso processi di diluizione controllati direttamente dall’Iran.
Con queste premesse, il secondo capitolo del negoziato si preannuncia già intenso. Gli Stati Uniti punteranno a massimizzare il risultato facendo leva sull’allentamento delle sanzioni e lo sblocco dei beni congelati, entrambi punti previsti nel memorandum, ma che saranno attuati solamente se la Repubblica islamica “rispetterà i suoi obblighi”, ha voluto chiarire il vicepresidente americano Vance.
Anche in caso di firma, dunque, il percorso si annuncia complesso e, come fanno notare da Tel Aviv in maniera critica, resta da capire se l’accordo costituisca un fallimento strategico, considerato che permetterebbe all’Iran di conservare capacità missilistiche e di ricostruire in futuro il proprio programma nucleare, o semplicemente un rinvio dello scontro tra Teheran e Washington.