C’è un errore che la politica, non solo quella australiana, compie con una certa costanza: ci si lascia condizionare dai sondaggi d’opinione, ma non ci si sforza di cogliere il senso né le motivazioni che sono dietro quei numeri.

L’avanzata di One Nation, il tentativo dei laburisti di rilanciare la propria agenda riformista e la ricerca di una nuova identità da parte della Coalizione sono fenomeni che raccontano una trasformazione ben più ampia delle oscillazioni elettorali: quella di un Paese che chiede risposte nuove a problemi ormai strutturali.

In fondo, la storia della politica è piena di sondaggi che cambiano, di governi che vedono salire e scendere il consenso, di leader che passano da numeri altissimi e momenti di scarsa popolarità.

Ma le ragioni profonde che spingono milioni di elettori a cercare risposte fuori dai partiti tradizionali restano. Ed è proprio lì che si gioca la partita dei prossimi due anni.

L’ascesa di One Nation non nasce in un laboratorio della propaganda né esclusivamente dall’approccio dirompente, ormai noto da decenni, di Pauline Hanson.

Sembra molto chiaro come sia il prodotto di una società che vive trasformazioni rapide, spesso ben più veloci della capacità della politica di governarle. Il costo della vita, la crisi abitativa, la percezione di servizi pubblici sotto pressione, il senso di insicurezza economica e culturale costituiscono un terreno fertile sul quale il populismo costruisce la propria narrazione.

Liquidare tutto questo come semplice protesta sarebbe un errore. Ancora più grave sarebbe inseguirla senza comprenderla.

La Coalizione sembra esserne consapevole, almeno nelle dichiarazioni ufficiali. Il ministro ombra per l’Energia, Dan Tehan, ieri, nel programma Insiders dell’ABC, ha escluso con decisione qualsiasi ipotesi di un’alleanza con One Nation, mentre Angus Taylor continua a mantenere aperta soltanto la strada degli accordi sulle preferenze.

E questa non è una distinzione di poco conto. Perché una cosa è dialogare all’interno delle regole del sistema elettorale australiano, altra è costruire un progetto politico comune con una forza che fa della polarizzazione la propria cifra identitaria. Il problema di fondo, in casa dell’opposizione, però, non riguarda soltanto le alleanze. Riguarda il senso più profondo dell’identità.

I liberali devono decidere cosa vogliono essere dopo la fine della lunga stagione che li ha visti dominare la politica federale. Se inseguono il linguaggio della destra populista rischiano di perdere definitivamente l’elettorato moderato urbano. Se rimangono ancorati alle ricette del passato rischiano di lasciare spazio proprio a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi.

Non è una sfida semplice per Taylor e la squadra della Coalizione, si trovano davanti a un equilibrio delicatissimo che è, prima di tutto, interno alle proprie fila. Le parole pronunciate la scorsa settimana dall’ex primo ministro Tony Abbott sull’immigrazione e sulla necessità di preservare la cultura anglo-celtica hanno riacceso un dibattito che, anche in considerazione della particolare irruenza di Pauline Hanson su questi temi, ora sta riaffiorando con maggiore insistenza.

Dan Tehan ha preso le distanze dal presidente del suo stesso partito, ricordando che la politica migratoria viene definita dal partito e non dalle opinioni personali dei singoli esponenti. Ma anche qui, il punto è che questo è un dibattito da affrontare, con serietà, senza becere semplificazioni populiste.

L’Australia è probabilmente uno dei più riusciti esperimenti di società multiculturale del mondo occidentale. Lo dimostrano decenni di crescita economica, integrazione e stabilità sociale. Questo non significa che il modello sia immune da tensioni.

Ogni fase di forte immigrazione pone interrogativi sulla capacità delle infrastrutture di reggere l’aumento della popolazione. Case, scuole, ospedali, trasporti e servizi richiedono investimenti continui. Quando questi non tengono il passo, il disagio viene facilmente attribuito ai nuovi arrivati anziché ai ritardi della programmazione pubblica.

È qui che la politica dovrebbe distinguere tra percezione e responsabilità. Legare i flussi migratori alla capacità di costruire nuove abitazioni, come proposto dall’opposizione, rappresenta un tentativo di introdurre un parametro oggettivo nel dibattito.

Non risolve tutti i problemi, ma riconosce una realtà evidente: la crescita della popolazione deve essere accompagnata da un’adeguata crescita delle infrastrutture.

Allo stesso tempo sarebbe miope trasformare l’immigrazione nel capro espiatorio di ogni difficoltà economica. L’Australia continua ad avere bisogno di lavoratori qualificati, di competenze internazionali e dell’energia che generazioni di migranti hanno contribuito a portare nel Paese. La vera questione è governare questo processo, non negarlo.

Se la Coalizione cerca una nuova identità, i laburisti hanno scelto invece una strada diversa: quella riformista.
Anthony Albanese e Jim Chalmers sembrano aver maturato una convinzione precisa. La risposta al populismo non può limitarsi alla gestione ordinaria dell’esistente. Occorre dimostrare che il governo è ancora capace di incidere sulla vita quotidiana delle persone.

È una scelta politicamente rischiosa, perché non necessariamente popolare. Le modifiche al sistema fiscale, gli interventi sul mercato immobiliare, le nuove politiche sociali e l’annuncio di ulteriori riforme rappresentano un cambio di passo rispetto al primo mandato, spesso accusato di eccessiva prudenza.

Il messaggio è chiaro: se il sistema non funziona più come dovrebbe, bisogna avere il coraggio di cambiarlo. Naturalmente ogni riforma produce vincitori e sconfitti. È inevitabile. Il problema è spiegare agli australiani perché certe decisioni siano necessarie e quali benefici produrranno nel medio periodo.

Su questo terreno il partito laburista si gioca gran parte della propria credibilità. La prossima conferenza nazionale del partito rappresenterà un banco di prova significativo. Non tanto per le decisioni formali, ormai largamente preparate in anticipo, quanto per la capacità della leadership di mantenere unito un partito attraversato da sensibilità differenti.

Le divisioni sull’AUKUS, il dibattito sul Medio Oriente, le richieste di una più ampia riforma fiscale e le pressioni dei sindacati sull’intelligenza artificiale raccontano un partito vivo ma anche complesso.

Ogni forza di governo deve convivere con questa tensione permanente: ascoltare la base senza rinunciare alla responsabilità di decidere.

La sfida di Albanese consiste proprio nel dimostrare che il riformismo può essere compatibile con la stabilità. In fondo, è questa la vera partita che si sta giocando. La sfida è tra due modi opposti di interpretare il malcontento. Da una parte c’è chi ritiene che la risposta debba essere prevalentemente identitaria, facendo leva sulla paura del cambiamento e sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”.

Dall’altra c’è chi sostiene che le istituzioni possano recuperare fiducia soltanto dimostrando di saper affrontare concretamente le cause del disagio sociale. La politica, oggi, è chiamata a un compito più difficile che vincere le prossime elezioni.

Deve ricostruire fiducia. Il centro politico australiano si sta restringendo. Non perché gli elettori siano diventati improvvisamente più radicali, ma perché cresce la domanda di risposte immediate in un tempo dominato dall’incertezza. Chi saprà offrire soluzioni credibili, senza alimentare paure né rifugiarsi nell’immobilismo, avrà le maggiori possibilità di guidare il Paese nei prossimi anni.

Il resto appartiene al rumore quotidiano della politica. La fiducia, invece, continua a essere l’unico vero capitale che nessun governo può permettersi di perdere.