BOLOGNA - Roberto Savi, capo della Banda della Uno Bianca, rompe dopo 32 anni il silenzio e rilascia dichiarazioni destinate a riaccendere polemiche e dolore tra i familiari delle vittime.
Intervistato da Francesca Fagnani nel carcere di Bollate per “Belve Crime”, l’ex poliziotto condannato all’ergastolo sostiene che alcune azioni della banda sarebbero state sollecitate da apparati esterni e che l’assalto all’armeria di via Volturno, a Bologna, non sarebbe stato una rapina.
La Banda, composta quasi interamente da poliziotti, tra il 1987 e il 1994 uccise 23 persone e ne ferì oltre 100. Uno degli episodi più controversi resta proprio l’assalto del 2 maggio 1991 all’armeria bolognese, in cui furono assassinati la titolare Licia Ansaloni e il collaboratore Pietro Capolungo, ex carabiniere.
“Ma va là, la rapina. Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa”, afferma Savi nell’anticipazione diffusa da RaiPlay, contestando la ricostruzione fissata dalle sentenze. Secondo l’ex capo della banda, l’obiettivo sarebbe stato invece Capolungo, che definisce “ex dei servizi particolari dei Carabinieri”. Alla domanda se fosse stato chiesto alla banda di eliminarlo, Savi annuisce.
L’ex poliziotto sostiene che la banda avrebbe agito, in alcune circostanze, su richiesta di “uffici particolari”. Quando Fagnani gli chiede se si riferisca ai Servizi, Savi risponde: “Ma sì. Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”.
Parole che i familiari delle vittime respingono con durezza. “Roberto Savi dice solo falsità. Noi parenti delle vittime siamo indignati e, se avesse qualcosa di reale da dire, dopo 32 anni in cui non ha mai parlato, parlerebbe ai magistrati. È un’operazione sospetta”, afferma Alberto Capolungo, presidente dell’associazione delle vittime della Uno Bianca e figlio di Pietro.
Contestata in particolare la ricostruzione sul padre: “Era in pensione, faceva l’orto dei pensionati a Castel Maggiore. La sua esistenza è facilmente ricostruibile, non era certo nei servizi segreti e lo sanno tutti”.
Il presidente dell’associazione critica anche la scelta di dargli spazio televisivo senza avvertire i familiari delle vittime: “Sarebbe stato cortese essere avvertiti. A Roberto Savi viene concesso un palcoscenico in prima serata, con milioni di telespettatori ad ascoltarlo. Siamo amareggiati”.
L’intervista viene presentata da RaiPlay come un confronto “intenso e complesso”, con dichiarazioni che potrebbero riaprire interrogativi su una delle pagine più sanguinose e opache della cronaca italiana. Per i familiari, però, resta una ferita aperta: “È molto doloroso e siamo indignati”, conclude Capolungo.