WASHINGTON - La diplomazia sembra aver ripreso il suo corso in Medio Oriente, dopo la dichiarazione del presidente statunitense Donald Trump che ha scelto di sospendere l’operazione ‘Project Freedom’ per guidare le navi bloccate fuori dallo Stretto di Hormuz.
Un provvedimento nato dalla volontà di lasciare spazio agli sforzi diplomatici nel tentativo di trovare un accordo con l’Iran, anche se, hanno fatto sapere dalla Casa Bianca, il blocco navale americano dei porti iraniani resterà in vigore.
Trump ha chiarito di aver preso questa decisione “su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, in considerazione del grande successo militare ottenuto durante la campagna contro l’Iran e del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani”.
L’annuncio è arrivato martedì, dopo che i vertici militari e il segretario di Stato Marco Rubio avevano insistito sul fatto che il cessate il fuoco in Medio Oriente fosse ancora in vigore e che, pur non essendo il conflitto risolto, la principale operazione militare statunitense contro l’Iran fosse conclusa. “L’operazione ‘Epic Fury’ è conclusa. Trump lo ha notificato al Congresso”, ha comunicato Rubio senza fornire altri dettagli.
Lo stesso Segretario di Stato ha anche dichiarato che per raggiungere la pace, l’Iran deve accettare le richieste di Trump sul programma nucleare e riaprire lo Stretto di Hormuz, una via marittima vitale per l’energia globale. Le sue dichiarazioni sono arrivate mentre gli Emirati Arabi Uniti denunciavano di essere stati colpiti per il secondo giorno consecutivo da droni e missili iraniani.
“Preferiremmo la strada della pace”, ha affermato Rubio che si è anche detto speranzoso che, durante la visita in Cina del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Pechino ribadisca a Teheran la necessità di allentare la presa sullo Stretto. “È nell’interesse della Cina che l’Iran smetta di chiudere lo Stretto”, ha aggiunto.
Secondo una nota del ministero degli Esteri iraniano, Araghchi e il suo omologo cinese Wang Yi hanno discusso “delle relazioni bilaterali, oltre che degli sviluppi regionali e internazionali”. Un vertice che si inserisce nel tour diplomatico intrapreso da Araghchi nelle ultime settimane per cercare sostegno internazionale e una soluzione al conflitto in corso con Stati Uniti e Israele.
E, visto che in politica il tempismo è un fattore fondamentale, probabilmente non è una coincidenza che Trump sia atteso in Cina la prossima settimana per quello che potrebbe essere il viaggio più significativo del suo secondo mandato. Pechino è alleata di Teheran, nonché il principale acquirente di greggio iraniano e la sua economia sarebbe messa in difficoltà da un rallentamento del traffico petrolifero attraverso lo Stretto di Hormuz.
La tensione era salita dopo il fine settimana, quando si erano susseguiti una serie di attacchi di missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti, provocando anche un incendio in un impianto energetico nell’emirato di Fujairah, sulla costa orientale del golfo di Oman. Un incidente che avrebbe provocato la reazione del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che si sarebbe “estremamente irritato” con il comandante del Corpo della Guardie Rivoluzionarie, Ahmad Vahidi, per gli attacchi contro gli Emirati.
Un atto “irresponsabile” compiuto senza che il governo ne fosse a conoscenza, ha dichiarato Pezeshkian che avrebbe poi chiesto un incontro immediato e “d’emergenza” con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei per chiedergli di fermare gli attacchi dei Pasdaran verso i Paesi del Golfo, e informarlo dell’esistenza di “una breve finestra di opportunità per salvare l’accordo di cessate il fuoco attraverso un’azione diplomatica urgente”.
Si attendono ulteriori sviluppi nelle prossime ore, che potrebbero portare a una svolta del fragilissimo equilibrio medio orientale.