WASHINGTON - Ore decisive per i negoziati tra Stati Uniti e Iran volti a porre fine al conflitto in Medio Oriente e a riaprire lo Stretto di Hormuz. Dopo le speculazioni su una firma imminente, il Segretario di Stato Usa Marco Rubio, in visita ufficiale a Nuova Delhi, ha gettato acqua sul fuoco: “Pensavamo di poter avere novità ieri sera, forse oggi, ma non darei troppa importanza alla cosa”.
Rubio ha confermato al New York Times che sul tavolo c’è una proposta solida, ma ha chiarito che un’intesa sul nucleare non può essere raggiunta “in 72 ore, improvvisando”, anche a causa dei lunghi tempi di comunicazione del sistema politico di Teheran, acuiti dal fatto che la Guida Suprema si trova al sicuro in una località remota e difficile da raggiungere.
La linea della prudenza riflette la posizione del presidente Donald Trump. In una serie di post su Truth, il capo della Casa Bianca ha avvertito i suoi negoziatori di non avere fretta: “Il tempo è dalla nostra parte. Il blocco navale rimarrà in vigore fino alla firma. Sarà un grande accordo significativo, oppure non ci sarà affatto: l’esatto opposto del disastroso JCPOA dell’amministrazione Obama”. Nonostante le frenate, i mercati hanno reagito con forza alla prospettiva di una tregua, provocando un crollo del prezzo del petrolio di quasi il 5%.
A conferma dello stato avanzato delle trattative, una delegazione iraniana di altissimo livello è giunta a Doha, in Qatar. Del gruppo fanno parte il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati. I colloqui si concentrano sullo sblocco dei beni iraniani congelati e sulle garanzie relative all’uranio arricchito.
L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha avvertito che l’intesa potrebbe ancora saltare per l’intransigenza di Washington, mentre il diplomatico Hossein Nooshabadi ha smentito categoricamente le voci di un impegno iraniano per una sospensione ventennale dell’arricchimento nucleare.
Secondo le fonti diplomatiche, la bozza finale prevede un percorso a tappe che si apre con il cessate il fuoco e la fine delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano. Il piano stabilisce poi la revoca temporanea del blocco navale statunitense, così da consentire all’Iran di vendere liberamente greggio e gas durante la fase negoziale. Si procederà inoltre con il ritiro delle forze Usa dal perimetro della Repubblica Islamica e lo sblocco di miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Infine, l’accordo prevede il rinvio di 60 giorni delle discussioni formali sul programma nucleare, una volta implementato questo pacchetto preliminare.
“L’Iran è pronto ad assicurare al mondo che non sta cercando l’arma atomica”, ha ribadito alla televisione di Stato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, sebbene resti da chiarire come tale promessa sarà formalizzata.
I negoziati vedono un forte coinvolgimento regionale. Sabato scorso, Trump ha tenuto una conferenza con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, Giordania e Bahrein, estesa anche ai rappresentanti di Turchia e Pakistan. Proprio il governo di Islamabad, che ad aprile ha mediato i primi storici incontri faccia a faccia tra funzionari statunitensi e iraniani, sta lavorando insieme a Pechino per ospitare un nuovo round di colloqui in tempi brevi, inserendo nello scacchiere delle trattative anche i dossier relativi alla stabilità dello Stretto di Taiwan.
Mentre la diplomazia lavora a Doha, sul campo l’esercito israeliano continua a colpire obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale e orientale, in un contesto di ripetute violazioni della tregua da ambo le parti. Rubio ha condannato duramente il gruppo sciita, accusandolo di voler far precipitare Beirut nel caos per rovesciare il governo legittimo.
Tuttavia, la vera sorpresa arriva dal fronte interno israeliano. Secondo quanto riferito da Reuters, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha confessato ai suoi stretti collaboratori di avere ormai una scarsissima capacità di influenzare le decisioni di Donald Trump sull’Iran. Fonti vicine al dossier confermano che Israele è stato in gran parte escluso dai colloqui strategici guidati dalla Casa Bianca, una scelta che segna un forte strappo rispetto alla passata gestione delle crisi mediorientali.