WASHIGNTON - L’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha sospeso temporaneamente le sanzioni petrolifere contro l’Iran, aprendo a Teheran la possibilità di aumentare le esportazioni di greggio e di venderlo a prezzi di mercato dopo anni in cui era stata costretta a praticare forti sconti agli acquirenti disposti a sfidare le restrizioni statunitensi.  

La decisione è arrivata all’indomani della prima giornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, nell’ambito del percorso negoziale avviato dopo il memorandum d’intesa firmato la scorsa settimana. Il Dipartimento del Tesoro ha infatti emesso una licenza temporanea di 60 giorni che autorizza la produzione, il trasporto e la vendita di petrolio iraniano, in linea con gli impegni previsti dall’accordo preliminare raggiunto tra Washington e Teheran. 

A confermare alcuni dei risultati emersi dal primo round negoziale è stato il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf. Intervenendo a Muscat, ha dichiarato che “in Svizzera è stato raggiunto l’accordo per sbloccare 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati”. Lo stesso Ghalibaf ha inoltre spiegato che “abbiamo concordato in Svizzera una linea di comunicazione riguardo allo Stretto di Hormuz per evitare qualsiasi conflitto”. 

Secondo quanto riferito dai mediatori di Qatar e Pakistan, le parti hanno concordato la creazione di un canale di comunicazione permanente per prevenire incidenti e incomprensioni nello Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più importanti al mondo. L’obiettivo è garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali durante il periodo di 60 giorni previsto dall’accordo iniziale. 

Il negoziatore iraniano ha rivendicato anche il ruolo di Teheran nella gestione dello stretto: “Hormuz non tornerà mai alle condizioni precedenti al conflitto e sarà amministrato dalla Repubblica Islamica dell’Iran, nel rispetto del Diritto internazionale”, ha affermato, secondo quanto riportato dai media statali iraniani. 

Le dichiarazioni evidenziano come la questione dello Stretto di Hormuz resti uno dei nodi centrali del negoziato, nonostante il clima più disteso emerso dopo il primo incontro tra le delegazioni. 

Sull’andamento dei colloqui è intervenuto anche Donald Trump. Parlando dalla Casa Bianca, il presidente statunitense ha espresso ottimismo sugli sviluppi diplomatici. “Stiamo andando molto bene per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. Ieri abbiamo ricevuto più petrolio di quanto ne sia mai passato attraverso lo Stretto”, ha dichiarato. 

“Lo Stretto è completamente aperto, lo sapete, e stiamo negoziando, vedremo come andrà a finire, ma abbiamo due cose: abbiamo uno Stretto aperto e abbiamo un Paese che non avrà mai un’arma nucleare”, ha aggiunto Trump.  

Il vicepresidente J.D. Vance ha definito i colloqui una “ottima base” per un’intesa duratura e ha sostenuto che Teheran avrebbe accettato il ritorno degli ispettori internazionali nei siti nucleari. “Gli iraniani stanno permettendo agli ispettori sulle armi, agli ispettori nucleari, di entrare nel loro Paese per la prima volta dopo molto tempo”, ha dichiarato. 

La versione iraniana, tuttavia, è più prudente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha precisato che l’Iran non ha assunto “nuovi impegni” sulle ispezioni e che ogni attività dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) continuerà ad avvenire “secondo le procedure esistenti”. 

Trump, invece, ha rivendicato il risultato come uno dei principali successi del negoziato, scrivendo su Truth Social che l’Iran “accetterà importanti ispezioni sulle armi”. 

I colloqui, mediati da Qatar e Pakistan, si sono conclusi con quelli che i facilitatori hanno definito “progressi incoraggianti”. Le due delegazioni hanno concordato la creazione di un Comitato di alto livello incaricato di supervisionare il processo negoziale e di coordinare gruppi di lavoro dedicati al dossier nucleare, alle sanzioni e ai meccanismi di monitoraggio dell’intesa. 

È stata inoltre approvata una tabella di marcia che punta a raggiungere un accordo definitivo entro 60 giorni, mentre i colloqui tecnici proseguiranno per tutta la settimana in Svizzera. 

Tra le novità figura anche la nascita di una “cellula di de-escalation” dedicata al Libano, con la partecipazione di Qatar e Pakistan, per contribuire a consolidare il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah e impedire nuove escalation regionali. 

La riapertura alle ispezioni internazionali e la sospensione delle sanzioni richiamano alcuni degli elementi centrali dell’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 durante la presidenza di Barack Obama, dal quale Trump decise di ritirarsi nel 2018. 

Proprio quell’esperienza mostra però quanto il percorso avviato oggi resti complesso. Dopo il ritiro statunitense dall’intesa, Teheran ha progressivamente limitato le attività ispettive sui propri impianti nucleari, fino a ridurle quasi completamente dopo gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro alcuni siti sensibili. 

L’Iran continua a sostenere che il proprio programma nucleare abbia esclusivamente finalità civili. Tuttavia, il dossier dell’arricchimento dell’uranio resta il punto più delicato del negoziato. Finora Teheran ha ribadito soltanto l’impegno a non sviluppare armi atomiche, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran “non arretrerà mai” dal proprio diritto ad arricchire uranio. 

Sul fronte economico, le notizie provenienti dalla Svizzera hanno alimentato un cauto ottimismo. I prezzi del petrolio sono scesi e le principali borse asiatiche hanno chiuso in rialzo, segnale che gli investitori guardano con favore ai progressi registrati nei colloqui. 

Resta però aperta la questione dei fondi iraniani congelati all’estero. Sebbene Teheran sostenga che siano già stati compiuti passi concreti per lo sblocco di parte delle risorse, Vance ha lasciato intendere che non esista ancora un’intesa definitiva su questo capitolo, uno dei più sensibili per la leadership iraniana. 

Per il momento, il negoziato entra nella sua fase più delicata: quella in cui ai segnali di distensione dovranno seguire accordi concreti sul nucleare, sulle sanzioni e sulla stabilità regionale.