TIVAT - Tivat, ex base navale jugoslava oggi trasformata in una delle mete più esclusive dell’Adriatico montenegrino, ha ospitato il vertice strategico tra l’Unione Europea e i sei partner dei Balcani occidentali: Montenegro, Albania, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo.  

L’incontro giunge in un momento che Bruxelles considera particolarmente favorevole per imprimere un’accelerazione decisiva al processo di adesione. Sullo sfondo, d’altronde, i conflitti globali (dalla vicina guerra in Ucraina alle crescenti tensioni in Medio Oriente) condizionano e ridefiniscono costantemente le priorità di sicurezza e stabilità del continente europeo. 

A ribadire la centralità dell’evento è stata la presenza a Tivat di 23 capi di Stato e di governo dell’Unione, affiancati dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa (reduce da un tour nelle capitali della regione), dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dall’Alta rappresentante Kaja Kallas.  

L’Italia si conferma tra i principali promotori di questa integrazione. Secondo la visione di Roma, la regione balcanica non rappresenta una periferia, ma una cerniera strategica fondamentale tra Est e Ovest, imprescindibile per la coesione e la sicurezza di un’Unione pienamente coesa. 

Nonostante la forte spinta politica, Bruxelles ha ribadito che il processo resta ancorato al principio dei “meriti propri”. Non sono concesse scorciatoie né calendari artificiali: l’avanzamento dipende tassativamente dalle riforme interne, dal rispetto dello Stato di diritto e dal recepimento dell’acquis comunitario.  

Tuttavia, per dimostrare che il percorso produce vantaggi concreti ancor prima dell’adesione formale, l’Unione sta implementando una strategia di integrazione graduale supportata dal Piano di Crescita per la regione.

Tra i risultati più immediati figurano l’ingresso di diversi Paesi nell’area unica dei pagamenti in euro (Sepa) e l’avvio imminente dei negoziati per abbattere i costi del roaming, misure destinate a incidere direttamente sulla vita quotidiana di cittadini, imprese e turisti. 

Parallelamente, Francia e Germania hanno elaborato una proposta congiunta per snellire l’iter negoziale, suggerendo di eliminare alcune procedure eccessivamente burocratiche e di fondere determinati passaggi formali, così da facilitare un’integrazione settoriale accelerata nel mercato unico e una più stretta cooperazione in materia di sicurezza e difesa. 

Il percorso dei sei partner balcanici procede oggi a velocità fortemente differenziate, muovendosi tra successi virtuosi e storici nodi bilaterali.

Il Montenegro si conferma il candidato più vicino al traguardo. Podgorica ha aperto tutti i capitoli negoziali e ne ha già chiusi provvisoriamente circa la metà; inoltre, a maggio è stato istituito il gruppo tecnico incaricato di redigere il futuro Trattato di adesione. L’obiettivo delle autorità montenegrine è chiudere i negoziati entro il 2026 per fare ingresso nell’Ue nel 2028.  

Subito dietro corre l’Albania, considerata dai funzionari europei il Paese che sta registrando i progressi più rapidi nell’adeguamento agli standard comunitari, avendo recentemente sbloccato gli obiettivi intermedi del primo cluster, dedicato ai “fondamentali” (giustizia, pubblica amministrazione e stato di diritto). 

La posizione della Serbia appare decisamente più complessa. Pur negoziando dal 2014, Belgrado sconta le tensioni irrisolte nel dialogo con il Kosovo e, soprattutto, un basso allineamento alla politica estera europea. Se Albania, Bosnia, Montenegro, Macedonia del Nord e Kosovo sposano pienamente le sanzioni contro Russia e Bielorussia, il tasso di allineamento serbo si ferma al 63%.  

Proprio per affrontare questo nodo, a margine del vertice il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, Costa e von der Leyen hanno tenuto un faccia a faccia teso con il presidente Aleksandar Vucic, che ha scelto di partecipare nonostante i pareri contrari dei suoi servizi di sicurezza. 

La Macedonia del Nord continua invece a rimanere ostaggio delle dispute bilaterali con i Paesi membri. Dopo aver faticosamente superato lo storico contenzioso sul nome con la Grecia, la strada di Skopje è ora sbarrata dal veto della Bulgaria, che esige modifiche alla costituzione macedone prima di concedere il via libera ai successivi passi negoziali. 

In coda al gruppo si posiziona la Bosnia-Erzegovina, che nonostante il via libera formale all’apertura dei negoziati resta paralizzata da profonde divisioni politiche interne che rallentano le riforme strutturali richieste da Bruxelles.  

Il Kosovo, infine, è il candidato più distante: la domanda di adesione presentata nel 2022 è ancora ferma al Consiglio, pesantemente condizionata dal mancato riconoscimento dell’indipendenza da parte di cinque Stati membri dell’Ue. 

Il dibattito sull’allargamento si intreccia inevitabilmente con il dossier ucraino. L’orientamento dei Ventisette è favorevole all’ingresso di Kiev, ma vi è una convergenza totale (sostenuta con forza anche dall’Italia) nel non concedere corsie preferenziali o trattamenti di favore che finirebbero per penalizzare i Paesi balcanici, in attesa da anni.  

Nei giorni scorsi, la proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di concedere all’Ucraina uno status intermedio di “membro associato” è stata respinta con fermezza dal presidente Volodymyr Zelensky, confermando come la partita dell’integrazione europea rimanga complessa e priva di soluzioni di compromesso al ribasso.