BERLINO – Volkswagen ha annunciato un piano per tagliare complessivamente 100mila posti di lavoro entro la fine del decennio, nell’ambito di quella che si profila come la più ampia ristrutturazione mai avviata nell’industria automobilistica mondiale.

Il gruppo tedesco, che comprende dieci marchi tra cui Audi e Porsche, ha spiegato che la riduzione dell’organico è necessaria per adeguare “sistematicamente” la forza lavoro alle condizioni economiche.

Volkswagen è alle prese con una combinazione di difficoltà: i dazi statunitensi, una domanda irregolare per i veicoli elettrici e soprattutto la crescente concorrenza dei produttori cinesi, sia sul mercato della Cina sia in Europa.

La portata del piano supera nettamente i 50mila tagli effettuati da General Motors dopo la dichiarazione di bancarotta del 2009.

Volkswagen ha inoltre riconosciuto che non può essere garantito il futuro di lungo periodo di quattro stabilimenti tedeschi, situati a Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm.

L’azienda ha precisato che vengono esaminate possibili destinazioni alternative per gli impianti.

Un’eventuale chiusura segnerebbe la prima cessazione completa delle attività in grandi fabbriche Volkswagen sul territorio tedesco.

A Zwickau, dove l’azienda rappresenta uno dei principali motori economici locali, i timori sono particolarmente forti.

“Se questo impianto dovesse davvero chiudere, si potrebbe mettere un grande punto nero sulla mappa - ha dichiarato Martin Lehmann, dipendente dello stabilimento dal 2012 -. La fabbrica, i posti di lavoro esterni e i nostri fornitori sono il motore dell’intera regione”.

Il consiglio di sorveglianza, composto da rappresentanti dei lavoratori e degli azionisti, ha approvato all’unanimità il piano presentato dal management.

Il CEO Oliver Blume ha definito il voto “un forte segnale per il futuro del Volkswagen Group”.

L’accordo giunge dopo settimane di scontri pubblici tra azienda e sindacati.

I rappresentanti dei lavoratori avevano accusato la dirigenza di non essere stata trasparente dopo che l’ipotesi dei 100mila esuberi era emersa sulla stampa prima di essere comunicata internamente.

Ulteriori frizioni erano nate dopo indiscrezioni secondo cui il management avrebbe valutato modalità per ridurre il potere del consiglio di sorveglianza.

Volkswagen ha confermato che verrà sviluppato un nuovo modello decisionale, con possibili modifiche alle soglie di approvazione.

La legge del 1960 che privatizzò Volkswagen prevede infatti che due terzi del consiglio debbano approvare decisioni relative all’apertura o al trasferimento di impianti, un meccanismo che attribuisce ai rappresentanti dei lavoratori un forte potere di blocco.

La potente IG Metall e i rappresentanti sindacali nel consiglio hanno comunque sottolineato che nessuna chiusura è stata formalmente approvata.

I sindacalisti Christiane Benner e Daniela Cavallo hanno affermato che, insieme allo Stato della Bassa Sassonia, hanno contribuito a evitare un’ulteriore escalation del conflitto.

“Non abbiamo rinunciato a nessun impianto”, hanno dichiarato.