KIEV - Un inedito e durissimo scontro a distanza ha riacceso i riflettori sul conflitto russo-ucraino. Attraverso una lettera aperta pubblicata sui propri canali social, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha proposto un incontro diretto al suo omologo russo Vladimir Putin, suggerendo di scavalcare la mediazione degli Stati Uniti, in questo momento inevitabilmente concentrati sulla crisi con l’Iran.
“L’Ucraina propone di mettere fine a questa guerra. Onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non si riaccenda”, ha scritto Zelensky, offrendo anche la disponibilità a un cessate il fuoco provvisorio per tutta la durata delle trattative. Il monito a Putin è però netto: “Se non si mette fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la sua esistenza. Ma anche tu dovrai lottare molto più duramente per la tua: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento”.
Poco prima, parlando ai vertici delle principali agenzie di stampa internazionali a San Pietroburgo, Vladimir Putin aveva espresso la disponibilità di Mosca a proseguire sul binario diplomatico, pur ponendo condizioni diametralmente opposte. Il capo del Cremlino si è detto pronto a ripartire dai compromessi discussi lo scorso Ferragosto ad Anchorage, in Alaska, con il presidente statunitense Donald Trump, ma ha chiarito che qualsiasi accordo non potrà prescindere dal totale controllo russo sul Donbass.
Sul punto, Zelensky ha immediatamente replicato nella sua missiva: “Rinvii ogni pochi mesi le scadenze per catturare il Donetsk. Non lo catturerai neanche quest’anno. L’Ucraina ha salvaguardato la sua indipendenza e non vi rinuncerà”.
Nonostante la formale offerta di un tavolo negoziale, la mossa di Kiev risponde a logiche che superano la diplomazia tradizionale. Ne è convinta Nathalie Tocci, professoressa della Johns Hopkins University, secondo cui la lettera aperta non va interpretata come il tentativo di avviare un vero processo di pace o come una reazione al progressivo disimpegno di Washington. Si tratta, piuttosto, di un preciso tassello della “guerra cognitiva” che accompagna il conflitto da oltre quattro anni.
“Questa lettera non parla a Putin, parla alla Russia — spiega Tocci — È uno strumento di comunicazione pubblica indirizzato all’opinione pubblica, agli ambienti economici e all’establishment russo, costretti a fare i conti con i costi sempre più pesanti del conflitto. L’obiettivo non è ottenere una risposta positiva dal Cremlino, ma dimostrare che l’Ucraina è disponibile al dialogo e che l’unico vero ostacolo alla fine delle ostilità si trova altrove”.
Mentre Mosca continua a colpire le infrastrutture civili per piegare la resistenza psicologica ucraina, Kiev risponde cercando di incrinare il consenso interno al regime russo. Quando i droni ucraini colpiscono obiettivi logistici in territorio nemico (come accaduto proprio nelle ultime ore con i raid contro un terminal petrolifero e una base navale a San Pietroburgo) la presidenza ucraina parla di “sanzioni interne” per far percepire alla popolazione russa il prezzo economico del conflitto.
In questo scenario, il quadro della mediazione internazionale risulta profondamente mutato. “Il negoziato non è fallito adesso: semplicemente non è mai realmente esistito”, osserva Tocci, evidenziando come l’amministrazione Trump sia ormai di fatto disimpegnata dal teatro europeo. Una lettura, questa, parzialmente confermata dallo stesso Donald Trump, il quale si è limitato a commentare che i due leader “devono incontrarsi e fare certi compromessi”.
Secondo l’analista della Johns Hopkins, in questo vuoto l’Unione Europea rimane l’unico attore strutturale in campo per sostenere Kiev e mantenere la pressione economica su Mosca, nell’ottica di modificare sul lungo periodo il calcolo costi-benefici del Cremlino.
A smentire l’imminenza di una tregua sono i fatti sul campo e le stesse dichiarazioni dei leader. Putin ha chiarito esplicitamente che “i negoziati possono essere avviati senza fermare i combattimenti”, rivendicando la continua avanzata delle proprie truppe lungo l’intera linea di contatto, con il controllo di circa 2.440 chilometri quadrati conquistati negli ultimi mesi. Dal Cremlino sono giunte anche cifre pesanti sul logoramento dell’esercito ucraino, che secondo l’intelligence russa perderebbe circa 40.000 soldati al mese, registrando inoltre 60.000 diserzioni dall’inizio dell’anno.
Per blindare i territori occupati e rispondere ai recenti attacchi di droni su San Pietroburgo, Putin ha annunciato un imminente potenziamento della contraerea e ha ventilato l’ipotesi di espandere l’utilizzo del missile ipersonico Oreshnik contro le città ucraine. Il vettore, capace di viaggiare a una velocità dieci volte superiore a quella del suono e progettato per trasportare testate nucleari, è già stato impiegato in almeno tre occasioni, ma il leader russo ha ammonito che l’arma non è stata ancora sfruttata “nel pieno senso della parola”.
Sul piano dei rapporti con l’Occidente, lo Zar ha precisato di non opporsi a un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea (ritenendo che Bruxelles potrebbe persino favorire la risoluzione della crisi all’interno della cornice di Anchorage) a patto che l’Ue non si trasformi in un blocco militare.
Nel frattempo, la realtà del conflitto continua a consumarsi sul terreno: a poche ore dal duro scambio epistolare e mediatico tra i due presidenti, un attacco notturno condotto da droni russi sulla città meridionale di Kherson ha provocato l’ennesima vittima civile, un uomo di 75 anni.