TEHERAN - Il programma nucleare dell’Iran è entrato in una fase di totale opacità, proprio mentre le diplomazie di Washington e Teheran tentano una complessa e difficile intesa. Secondo un rapporto riservato dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), diffuso tra gli Stati membri delle Nazioni Unite, l’organizzazione non è stata in grado di ispezionare gli impianti nucleari iraniani dal giugno 2025, momento in cui Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro i siti della Repubblica Islamica.  

L’Aiea ha ammesso apertamente di non poter fornire alcuna informazione sulle dimensioni attuali, la composizione o l’ubicazione delle scorte di uranio arricchito, né se Teheran abbia effettivamente sospeso le attività di arricchimento. 

L’impossibilità di monitorare i siti compromette l’applicazione del Trattato di non proliferazione nucleare. Il documento evidenzia che l’unica eccezione ai blocchi è stata la centrale nucleare di Bushehr, ispezionata all’inizio di giugno. Gli ultimi dati certi in possesso dell’Aiea indicano che l’Iran detiene 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una soglia vicina al livello teorico necessario per lo sviluppo di ordigni atomici.  

Nonostante il direttore generale dell’agenzia, Rafael Grossi, abbia confermato il pieno sostegno ai colloqui in corso per trovare una soluzione reciprocamente accettabile, la mancanza di verifiche indipendenti sul terreno proietta un’ombra pesante sull’efficacia di un eventuale accordo. 

Sul fronte diplomatico, le trattative coordinate dalla Casa Bianca si scontrano con forti ostacoli economici e politici. Donald Trump è determinato a chiudere un’intesa che possa rivendicare come più vantaggiosa rispetto al Jcpoa del 2015 siglato dall’amministrazione Obama. Tuttavia, i nodi centrali rimangono la revoca delle sanzioni e i risarcimenti di guerra pretesi da Teheran, quantificabili in circa 12 miliardi di dollari.  

L’Iran chiede lo sblocco immediato di queste compensazioni economiche subito dopo la firma di un memorandum iniziale, ma Washington fa resistenza per non perdere la sua principale leva negoziale. Il presidente statunitense ha chiarito ai suoi collaboratori di non voler disporre trasferimenti diretti di denaro statunitense all’Iran, una formula che ricalcherebbe l’accordo del 2015 da lui sempre contestato.  

Per superare l’impasse, la Casa Bianca valuta opzioni alternative, come lo sblocco di fondi iraniani congelati in Paesi terzi (tra cui il Qatar) vincolati a scopi esclusivamente umanitari, o l’istituzione di un fondo internazionale per la ricostruzione finanziato dalle monarchie del Golfo.  

La linea ufficiale di Trump resta comunque rigida: nessuna concessione sui fondi avverrà prima della rinuncia di Teheran alle scorte di uranio arricchito. “Abbiamo il controllo dei soldi che gli iraniani sostengono essere loro. Quando faranno ciò che è giusto, glieli restituiremo”, ha dichiarato il presidente nello Studio Ovale, liquidando la questione dei controlli con una battuta: “Uranio arricchito? Non ho bisogno di un accordo per ottenerlo. Potremmo farlo subito, è sepolto, ma non c’è motivo”. 

Anche lo spazio per un canale di comunicazione personale appare ridotto. Sebbene Trump non abbia escluso un incontro formale in caso di intesa definitiva, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha stroncato l’ipotesi di un vertice con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Commentando le aperture del tycoon alla tv libanese Al-Mayadeen, Araghchi ha invitato al realismo, ribadendo che la Repubblica Islamica non cederà alle pressioni militari. Quasi contemporaneamente, da Teheran è giunto un segnale di distensione interna: in occasione della festa sciita di Eid al-Ghadir, la stessa Guida Suprema ha concesso la grazia o la commutazione della pena a duemila detenuti.