TIRANA - Le coste incontaminate del sud dell’Albania sono diventate l’epicentro di una fiammata di proteste popolari che non si vedeva dai tempi della caduta del regime comunista. Per il quinto giorno consecutivo, enormi folle di cittadini e attivisti della società civile, mobilitati attraverso i social network, si sono radunate a Tirana davanti alla sede del governo e lungo i litorali meridionali.  

Nel mirino dei manifestanti c’è un colossale piano turistico e immobiliare da circa 4 miliardi di dollari promosso da Jared Kushner e Ivanka Trump, genero e figlia del presidente statunitense, in partnership con i fratelli qatarioti Moutaz e Ramez Al-Khayyat, alla guida del colosso Power International Holding. Lo slogan che unifica il movimento, ribattezzato “Flamingo Revolution”, è netto: “L’Albania non è in vendita”. 

I momenti di tensione più alti si sono registrati sia a Zvernec (a 150 chilometri dalla capitale) sia davanti alla presidenza del consiglio a Tirana, dove la polizia ha inizialmente tentato di bloccare i manifestanti anche con l’uso di idranti, prima di ripiegare. Sulla costa meridionale, intanto, l’erezione di alte recinzioni di filo spinato per impedire l’accesso a spiagge finora vergini ha provocato violenti scontri tra residenti e guardie giurate private. Il bilancio degli incidenti ha costretto le autorità a revocare la licenza a due società di sicurezza, ad arrestare una guardia e a rimuovere il capo della polizia locale, mentre circa quindici manifestanti sono stati incriminati. 

Presentato come bozza nell’agosto 2024 e definito nei dettagli all’inizio del 2026 dopo un sopralluogo della coppia Trump-Kushner, l’investimento mira a edificare un complesso alberghiero di lusso da circa 10.000 camere. L’opera andrebbe a impattare l’isola disabitata di Sazan (5,7 chilometri quadrati al confine tra Adriatico e Ionio, ex roccaforte militare della Guerra Fredda) e diverse centinaia di ettari dell’area protetta di Vjosa-Narta e Zvernec. Si tratta di una delicata zona umida costiera che ospita foche, tartarughe marine e oltre 200 specie di uccelli, tra cui le colonie di fenicotteri che danno il nome alla protesta. 

La magistratura ha però deciso di vederci chiaro. La Procura speciale albanese anticorruzione (SPAK) ha annunciato l’apertura di un’indagine ufficiale sulle circostanze dell’acquisizione dei terreni a Zvernec. Secondo le ultime indiscrezioni, la cordata guidata da Kushner avrebbe già investito circa 200 millioni di dollari per l’acquisto di lotti di terra i cui originari proprietari albanesi si trovano adesso sotto inchiesta per presunti passaggi illeciti. 

Interpellato dai giornalisti al suo arrivo al vertice Ue-Balcani occidentali, il primo ministro albanese Edi Rama ha cercato di gettare acqua sul fuoco, smentendo l’imminenza dei lavori e difendendo la regolarità delle operazioni. “Non esiste ancora un progetto approvato, quindi non c’è ancora nulla da discutere o contro cui protestare. Prima dobbiamo valutare la proposta definitiva, poi apriremo il dibattito”, ha tagliato corto il premier, precisando che l’isola di Sazan resterà di proprietà statale e che l’area interessata sul continente prevede già per legge la possibilità di edificazioni a scopo turistico. 

Rama ha poi contrattaccato, denunciando l’esistenza di presunte manovre di disinformazione coordinate sul web: “Siamo di fronte a una vera e propria guerra ibrida contro l’Albania, alimentata attraverso false narrazioni sui social. Penso ad esempio alla folle ricostruzione secondo cui questo resort sarebbe un piano segreto concordato tra me, Netanyahu e Jared Kushner per intrappolare e trasferire qui i palestinesi. I media occidentali dovrebbero essere molto più cauti: il nostro obiettivo non è affatto quello di sconvolgere la natura, ma di realizzare un’opera unica che sarà fantastica per l’economia nazionale e rappresenterà un dono dell’Albania all’intera Europa”. 

La giustificazione del governo non ha placato gli analisti e gli esperti della regione, i quali leggono nei disordini di questi giorni una frustrazione sociale ben più profonda della sola causa ambientalista. “Questo è un movimento ibrido senza precedenti dalla fine del comunismo, capace di unire un ampio spettro della società civile che oggi chiede le dimissioni sia del premier Edi Rama che del leader dell’opposizione Sali Berisha”, osserva Klevis Kolasi, specialista di dinamiche albanesi all’Università di Ankara. 

Secondo il politologo Florian Cullhaj, dell’Università Europea di Tirana, l’etichetta ecologista della “rivoluzione dei fenicotteri” rischia persino di essere riduttiva rispetto alla reale rabbia dei cittadini: “Le proteste esprimono il rifiuto di un modello in cui i beni pubblici vanno a esclusivo beneficio di una ristretta élite finanziaria e politica. Storicamente, l’Albania ha subìto forti traumi legati allo smembramento dei propri confini, a partire dalla Conferenza di Londra del 1913. Nell’immaginario collettivo esiste una dolorosa associazione con quei leader pronti a sacrificare pezzi di territorio nazionale pur di consolidare il proprio potere personale all’estero”. 

Una lettura condivisa anche dal sociologo Gezim Alpion, dell’Università di Birmingham, il quale ricorda che “a prescindere dalla potenziale redditività economica di un resort a cinque stelle, un piccolo Paese non dovrebbe mai essere costretto a svendere le proprie aree protette, e un capo di governo non ha il diritto di cedere un simile patrimonio a investitori privati stranieri”.