MILANO - Ha vinto, subito. Aveva già fatto vedere di che pasta è fatto nelle giovanili dell’Inter e poi salvando il Parma. L’estate scorsa il grande salto: la panchina dell’Inter che ha scelto Cristian Chivu dopo la chiusura del ciclo-Inzaghi. In quel momento una panchina scomoda, ma il tecnico rumeno è uno che è abituato ad affrontare le difficoltà, tutte, non solo quelle calcistiche.

In attesa che il suo rinnovo fino al 2028 venga ufficializzato, l’allenatore campione d’Italia, in una doppia intervista concessa a Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera, parla di calcio ma anche della sua vita a partire dai primi anni in Romania. “Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto. Da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto - spiega al Corriere della Sera -. Mio padre è morto quando avevo 16 anni. Volevo dimostrargli che potevo crescere responsabilmente e farmi strada con le mie forze. Purtroppo non ha potuto vedermi crescere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salutarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una partita”.

Prima che il papà se ne andasse Chivu gli ha detto “di non preoccuparsi perché sarei diventato molto responsabile e mi sarei preso cura io di tutta la famiglia. All’improvviso sono cresciuto e quella promessa l’ho sempre avuta davanti agli occhi e quell’impegno mi tiene sempre con i piedi per terra, nei momenti belli e in quelli più duri”.

Ricorda i tempi della caduta di Ceausescu quando aveva 9 anni, l’ansia e la paursa di quei giorni, la storia che cambia. “Per me liberta era la possibilità di avere cose. Di vivere e mangiare normalmente. La libertà era avere una fetta di prosciutto, un quadrato di cioccolata, io ho mangiato la mia prima banana a 8 anni”.

Da calciatore ricco il primo regalo fatto alla madre è stata “una casa. Ho fatto tanti regali a mia mamma, ma non sono sufficienti a risarcirla degli sforzi che lei ha fatto, rimasta da sola, per tirare su me e mia sorella. Mi ha ripagato il suo orgoglio per la mia carriera, per aver studiato e aver mantenuto la promessa fatta a mio padre”.

L’importanza della ‘fame’, il saper fare sacrifici, differenza tra chi ha e “chi non ha conosciuto la fatica di vivere”, insegnamenti che nel calcio come nella vita servono. “In una squadra è importante la premurosità, capire cosa vuole l’altro, di cosa ha bisogno, come si sente. Bisogna pensare se quello che faccio, nello spogliatoio o in campo, dà fastidio al mio compagno. La premurosità combatte l’ego perché la sensibilità e l’empatia verso gli altri fanno uscire dalle difficoltà, insieme”.

Padre e allenatore. “I figli sono figli per tutta la vita. Io faccio capire ai miei calciatori che per loro farei qualsiasi cosa. Che se hanno bisogno di me, ci sono. Gli sto vicino. Non sono di quegli allenatori convinti che la prossimità diminuisca l’autorità. L’autorità non viene da un ruolo, ma da un modo di essere”, dice Chivu che ha applicato questo principio anche per gestire il caso Bastoni.

“Percepisco da allenatore l’importanza di creare un gruppo, creare armonia, farsi voler bene, accettare anche il fatto che si può sbagliare. Quella sera ho deciso di fare a modo mio e difendere il mio giocatore fino in fondo. Un padre fa questo. Io ho cercato di confortarlo, sapevo che lui ne poteva uscire distrutto, per la gogna alla quale è stato sottoposto, nonostante sia un ragazzo forte che non ha mai mollato. In quei giorni ha messo una maschera per farci credere che tutto andava bene. Ma non si poteva lasciarlo solo. E il gruppo ha apprezzato”.

Secondo Chivu per affrontare i problemi del calcio italiano “va migliorato il lavoro nei settori giovanili, vogliamo far scendere in campo i ragazzi ma, diciamoci la verità, se si perdono due partite è una catastrofe, c’è una pressione esagerata. Si vogliono risultati subito, non progetti di respiro. Il calcio diventa un’ossessione e si perde lucidità. Vogliamo le cose veloci, preferiamo le scorciatoie alle vie maestre. Bisogna avere equilibrio nelle sconfitte e nelle vittorie. Il primo giorno che sono arrivato all’Inter ho detto: ‘Io non sono perfetto e nemmeno voi. Ma insieme possiamo fare grandi cose’. E così è stato”.

Secondo Marotta, Chivu resterà all’Inter ancor più di lui. “Se non perdo tre partite di fila - dice ridendo alla Gazzetta dello Sport -. Bastano quelle e c’è il rischio che me ne vada a casa prima. Scherzi a parte, questa è la realtà del calcio, io l’ho accettata da tempo: ho capito perché ai giocatori si fanno 5 anni di contratto e agli allenatori solo 2. L’allenatore è quello che paga per primo in tutto. Che sia giusto o meno, le cose vanno così”.

C’è stato un momento durante la stagione che ha temuto di pagare per tutti. “Qualche pensiero mi era venuto, soprattutto dopo le sconfitte con Udinese e Juve... Lì per un attimo ho pensato che potesse saltare il banco, ma poi ho visto che la società non aveva la stessa mia percezione. Anzi, mi ha subito sostenuto. Io ho sentito solo sostegno e vicinanza”.

Chivu sa che ora ci si aspetterà ancora di più da lui e dalla sua Inter, soprattutto in Champions. “Andrei cauto con certe ossessioni, si parla troppo di questa coppa. Dobbiamo accettare la nostra realtà e quella degli altri Paesi. È ovvio che abbiamo ambizioni, ce lo impone la nostra storia, ma partirei piano piano e credo che il primo obiettivo in Europa sia qualificarsi tra le prime otto nel girone e arrivare agli ottavi. Ricordiamoci che ci sono squadre che spendono mezzo miliardo per vincere la Champions e non ce la fanno, anzi magari escono ai quarti o agli ottavi. E ce ne sono altre come l’Inter degli anni scorsi arrivata in fondo facendo le cose bene”.

Via Dumfries, il club punta su Palestra. “Marco è un bel profilo ma oggi non è un mio giocatore, quindi non posso parlarne. Noi abbiamo già tanti italiani forti che sanno cosa significa l’Inter e si identificano nel club”.

Bastoni è uno di questo: “E’ un nostro campione. È normale che girino storie di mercato attorno a lui perché per me è uno dei più forti centrali del mondo. So che uomo è Alessandro, ma so soprattutto cosa ha dato, cosa dà e cosa darà nel futuro per noi”. Ultima battuta sui Mondiali: “Le mie favorite sono Spagna, Francia e Argentina. Ma occhio al Marocco, sarà la sorpresa”.