LONDRA - A dieci anni esatti dal referendum sulla Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non ha prodotto l’effetto domino che molti osservatori temevano nel 2016. Nel frattempo, Londra ha visto alternarsi diversi governi, fino alle più recenti dimissioni di Keir Starmer, che segnano un ulteriore passaggio in un decennio politicamente turbolento.  

Tuttavia, secondo una lettura sempre più diffusa negli ambienti analitici europei, la Brexit non avrebbe indebolito il sovranismo europeo: ne avrebbe piuttosto trasformato la strategia, spostandola “dall’esterno all’interno”. I partiti che un tempo puntavano all’uscita dalla Ue avrebbero infatti compreso che la leva più efficace non è lasciare l’Unione, ma condizionarla restando dentro le sue istituzioni. 

A sostenere questa interpretazione contribuisce anche il quadro dell’opinione pubblica europea. Secondo lo Standard Eurobarometer 105, condotto tra il 12 marzo e il 5 aprile su 26.415 cittadini dei 27 Stati membri, quasi tre quarti degli europei ritengono che il proprio Paese abbia beneficiato dell’appartenenza all’Ue. Il 75% dichiara inoltre di sentirsi cittadino dell’Unione, un dato stabile rispetto alla primavera 2025 e pari al massimo storico. 

In un contesto internazionale percepito come instabile, il 73% degli intervistati considera l’Ue un fattore di stabilità, con un aumento di sei punti rispetto alla rilevazione precedente. Cresce anche il sostegno a una politica comune di difesa e sicurezza, che raggiunge l’81%, uno dei livelli più alti degli ultimi vent’anni. Parallelamente, la fiducia nell’Unione sale al 51%, tre punti in più rispetto all’Eurobarometro dell’autunno 2025. 

Gli incrementi più significativi si registrano in Francia (+11 punti), Danimarca (+9) e Portogallo (+8), mentre il livello di fiducia è particolarmente elevato tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, al 61%. Il sondaggio evidenzia anche un cauto aumento dell’ottimismo: il 60% degli europei si dice fiducioso sul futuro dell’Ue, percentuale che sale al 68% tra i più giovani. 

Nel complesso, questi dati sembrano rafforzare la lettura secondo cui l’esperienza britannica avrebbe reso meno credibile l’ipotesi di abbandonare l’Unione. Tuttavia, il consenso verso la membership non coincide necessariamente con una maggiore capacità dell’Ue di gestire i propri conflitti interni. 

Secondo Fenja Tramsen, Programme Assistant del programma European Politics and Institutions dello European Policy Centre, “la Brexit non ha sconfitto il sovranismo europeo; lo ha rafforzato, insegnando ai partiti sovranisti a lavorare dall’interno anziché minacciare l’uscita”. 

In diversi Paesi, infatti, le principali forze euroscettiche hanno progressivamente abbandonato l’ipotesi di uscita dall’Unione. In Francia il Rassemblement National ha accantonato la prospettiva di una Frexit; nei Paesi Bassi il Partito per la Libertà (Pvv) ha messo da parte il progetto di Nexit; in Germania, l’Alternative für Deutschland (AfD) considera oggi l’uscita dall’Ue un’ipotesi estrema, più che un obiettivo politico. 

La rinuncia alla “Exit” ha così sottratto al sovranismo europeo il suo elemento più radicale, quello che poteva essere contrastato evocando i costi della Brexit. Si è affermata invece una strategia di pressione interna, orientata a bloccare, rallentare o riorientare le politiche europee sfruttando gli strumenti e le regole dell’Unione. 

In questo quadro, il punto di vulnerabilità non sembra più il consenso dei cittadini all’integrazione europea, quanto la capacità delle istituzioni di prendere decisioni efficaci. Un esempio ricorrente è l’uso del veto: tra il 2011 e il 2025 l’Ungheria ha esercitato 19 dei 46 veti registrati nell’Ue, più del doppio rispetto a qualsiasi altro Stato membro. 

Anche al Parlamento europeo il gruppo dei Patrioti per l’Europa ha agito per indebolire il Green Deal o opporsi al Patto sulla migrazione. Il meccanismo politico descritto dagli analisti appare circolare: il blocco decisionale alimenta la percezione di un’Unione inefficiente e, a sua volta, tale inefficienza diventa materiale politico per le stesse forze che contribuiscono a produrla.