TEL AVIV - Tre anni dopo il 7 ottobre, Israele continua a fare i conti con la giornata più sanguinosa della sua storia recente. L’attacco di Hamas è una ferita ancora aperta nella società israeliana, che ha cambiato profondamente gli equilibri politici del Paese dando inizio a una guerra che ha ridisegnato il Medio Oriente.
Quella mattina del 2023, uomini armati di Hamas hanno superato la barriera che separa la Striscia di Gaza dal sud di Israele e hanno attaccato comunità, postazioni militari e il Supernova Sukkot Gathering, il festival musicale organizzato nel deserto del Negev, vicino al kibbutz Re’im.
Al festival sono morte 378 persone e altre 44 sono state rapite. Nelle stesse ore i miliziani hanno assaltato 21 comunità tra kibbutz e villaggi agricoli a pochi chilometri dal confine. A Be’eri sono state uccise oltre 130 persone e 32 sono state prese in ostaggio; a Kfar Aza i morti sono stati 80, mentre a Nir Oz 47 persone sono state uccise e 76 rapite. Il bilancio complessivo dell’attacco è stato di circa 1.200 morti, in maggioranza civili, e 251 ostaggi portati nella Striscia.
Da quel giorno la risposta militare israeliana contro Hamas ha trasformato radicalmente Gaza. Secondo il ministero della Salute della Striscia, governata dal 2007 da Hamas, al 5 ottobre 2026 il bilancio ha raggiunto 74.237 morti e 175.206 feriti, dei quali 1.454 dopo la fragile tregua firmata il 10 ottobre 2025, un dato che non distingue tra civili e combattenti. Secondo le analisi satellitari di UNOSAT, oltre l’80% degli edifici della Striscia è stato danneggiato o distrutto, con danni fisici stimati in 35,2 miliardi di dollari.
Parallelamente alla guerra, si è aperto un complesso fronte giudiziario internazionale. Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto nei confronti del premier Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Israele, che non aderisce allo Statuto di Roma, ha contestato la giurisdizione della Corte.
Nell’aprile 2025 la Camera d’appello ha rinviato ai giudici di primo grado l’esame delle obiezioni israeliane, senza sospendere i mandati.
Davanti alla Corte internazionale di giustizia resta invece aperto il procedimento avviato dal Sudafrica, che accusa Israele di genocidio.
La Corte non si è ancora pronunciata sul merito, ma ha imposto diverse misure provvisorie vincolanti. Nel luglio 2024, in un procedimento distinto, ha inoltre giudicato illegale la presenza israeliana protratta nei Territori palestinesi occupati.
Nel settembre dello scorso anno una commissione d’inchiesta indipendente istituita dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha concluso che a Gaza è in corso un genocidio, accusa che Israele ha respinto categoricamente sostenendo che le proprie operazioni militari sono dirette contro Hamas e rientrano nel diritto all’autodifesa dopo gli attacchi del 7 ottobre.
Quegli eventi hanno aperto anche una profonda ferita politica e sociale, con le famiglie degli ostaggi che per oltre 2 anni hanno trasformato quella che da allora è stata chiamata Hostages Square, a Tel Aviv, nel centro della mobilitazione contro il governo, chiedendo che il ritorno dei rapiti venisse posto al primo posto nelle decisioni sulla guerra.
Già nel novembre 2023 decine di migliaia di persone hanno partecipato a una marcia di cinque giorni da Tel Aviv a Gerusalemme. Da allora la protesta ha proseguito acquistando sempre più forza, con scioperi, autostrade bloccate e, secondo gli organizzatori, riunendo oltre mezzo milione di persone.
Dopo l’accordo di cessate il fuoco siglato nell’ottobre del 2025 che ha permesso una riduzione delle operazioni belliche su larga scala e il rilascio degli ostaggi, il governo di Tel Aviv ha continuato a colpire i vertici di Hamas, il cui potere sarebbe “nettamente ridimensionato”, secondo quanto dichiarato ad Adnkronos dal giornalista e attivista Gershon Baskin.
In vista di questo terzo anniversario, Israele ha rafforzato l’allerta sicurezza, nel timore di possibili attentati contro israeliani ed ebrei anche all’estero. Il Consiglio di sicurezza nazionale ha avvertito che Iran, Hamas e gruppi jihadisti potrebbero considerare la ricorrenza un momento simbolico per colpire.
Agli israeliani è stato consigliato di evitare Giordania, Qatar, Somaliland ed Egitto, compresa la penisola del Sinai. Per chi si trova in altri Paesi, l’indicazione è di evitare manifestazioni, non parlare ebraico in luoghi affollati e non pubblicare sui social contenuti che rivelino eventuali trascorsi nelle forze di sicurezza.
A Sydney, circa 700 persone si sono riunite al Bondi Pavilion per commemorare l’anniversario degli attacchi in Israele.
Alla cerimonia hanno partecipato esponenti politici e l’ambasciatore israeliano Hillel Newman, che hanno collegato in maniera diretta l’attacco del 2023 all’attentato di Bondi del 14 dicembre 2025, lanciando un monito contro l’antisemitismo dilagante.