Il ricordo è il filtro attraverso cui impariamo a dare significato agli avvenimenti passati e, inevitabilmente, a costruire il nostro presente. Custodire la memoria è dunque essenziale. Nelle ricorrenze ufficiali lo sono il silenzio, il raccoglimento, la solennità di un gesto che rende omaggio a ciò che è stato. Ma ci sono occasioni in cui commemorare può significare anche qualcosa di più: trasformare la memoria in uno strumento per leggere il presente e, nel proprio piccolo, provare a cambiarlo.

È da questa convinzione che, a Melbourne, la commemorazione Una Rosa per Norma Cossetto quest’anno compie un passo ulteriore, legando il ricordo della giovane istriana alla sensibilizzazione contro la violenza sulle donne.

L’iniziativa, promossa dal Comitato 10 febbraio, con il prestigioso patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri, è organizzata anche quest’anno dall’Associazione Nazionale Sottufficiali d’Italia (A.N.S.I.) – Sezione di Melbourne, presieduta da Felice De Lucia, in collaborazione con il Gruppo di Epping dell’Associazione Nazionale Alpini. La commemorazione si svolgerà domenica 11 ottobre alle ore 11.30am al Casa D’Abruzzo Club di Epping.

A imprimere una direzione nuova alla commemorazione è stata Simona Franghi, segretaria dell’A.N.S.I. di Melbourne, alla quale è stata affidata l’organizzazione della parte interna dell’evento. Da lì è nata un’idea che ha rapidamente preso forma: affiancare alla cerimonia una raccolta fondi destinata a due organizzazioni australiane impegnate, su fronti diversi, contro la violenza sulle donne: Our Watch e Safe Steps.

“Mi sono detta che bisognava fare qualcosa in più”, racconta Franghi. Perché la storia di Norma Cossetto, violentata e uccisa nel 1943 e divenuta simbolo delle vittime delle foibe, non restasse confinata “a una foto in bianco e nero” o al solo, pur fondamentale, gesto della deposizione di una corona.

È proprio dalla tragica fine della giovane istriana che Franghi ha costruito un ponte tra passato e presente. La foiba diventa così anche una potente metafora di quella prigione invisibile nella quale può trovarsi chi vive una relazione violenta: una condizione fatta non soltanto di aggressioni fisiche, ma anche di sopraffazione psicologica, verbale ed economica, di controllo e perdita progressiva della propria autonomia.

“Ho pensato a una relazione nella quale ti senti intrappolata, a una casa dove c’è violenza ma non riesci a denunciare”, spiega. E proprio da questa riflessione è partita la ricerca delle realtà da sostenere.

La scelta è caduta su due organizzazioni complementari. Our Watch lavora soprattutto sul terreno della prevenzione, dell’educazione e della sensibilizzazione, intervenendo nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nella società per affrontare alla radice le condizioni che alimentano la violenza. Safe Steps opera invece sulla prima linea dell’emergenza, offrendo assistenza e un primo rifugio alle persone che si trovano in situazioni di pericolo. 

La raccolta fondi ha già incontrato una risposta incoraggiante, ma per Franghi il vero metro del successo non sarà soltanto la cifra raggiunta. “La cosa più importante per me è la sensibilizzazione”, sottolinea. Il messaggio ha infatti cominciato a viaggiare ben oltre la cerchia delle associazioni coinvolte, raggiungendo famiglie, amici e persino luoghi di lavoro, dove il materiale della campagna è diventato occasione di confronto e discussione.

Un segnale importante anche per una comunità nella quale, ricorda la segretaria A.N.S.I., esistono generazioni cresciute quando molte forme di abuso rimanevano nascoste dietro le mura domestiche e raramente venivano chiamate con il loro nome. Parlare, dunque, significa anche imparare a riconoscere quei comportamenti che troppo a lungo sono stati normalizzati.

Ed è forse qui che il ricordo di Norma Cossetto acquista, a ottantatré anni dalla sua morte, una dimensione diversa. Non soltanto memoria di ciò che è stato, ma un invito a riconoscere ciò che ancora accade e, soprattutto, a non lasciare sola chi cerca una via d’uscita.

“Anche se questa campagna riuscisse ad aiutare una sola donna ad arrampicarsi fuori da quella foiba, a chiedere aiuto e a capire che c’è qualcuno pronto ad accoglierla e a darle gli strumenti per uscirne – conclude Franghi – per me sarebbe già una grande vittoria”.