Una voce che non sembra conoscere il passare del tempo e un repertorio capace di attraversare oltre trent’anni di musica italiana.
Giorgia ha chiuso all’Unipol Dome di Milano il suo Last Call, la coda autunnale del tour legato all’album G, davanti a un palazzetto tutto esaurito. È una serata che ha avuto il sapore dell’evento e che, fin dalle prime note, ha raccontato una carriera costruita sulla voce, ma anche sulla capacità di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

È stata una serata evento e la cantante romana l’ha affrontata da padrona assoluta del palco, accompagnata da una band di 11 elementi e da un quartetto d’archi. L’inizio è stato affidato alle luci, al ritmo e al lato più pop dello spettacolo, con Giorgia in abito rosso scintillante. Ma sono bastate poche canzoni perché arrivasse il primo momento da brividi: Gocce di memoria.

Sul “raggiungerti adesso” la voce si è alzata sopra l’Unipol Dome e il concerto ha cambiato improvvisamente temperatura. È stato uno di quei passaggi in cui si comprende perché, a distanza di decenni dagli esordi, Giorgia continui a essere considerata una delle grandi interpreti della musica italiana. La sua tecnica vocale è evidente, ma non diventa mai fine a se stessa: ogni acuto, ogni sfumatura e ogni cambio di registro sono funzionali alla canzone.

“Ciao bella Milano”, ha salutato Giorgia dopo Vivi davvero, scherzando con i fan e leggendo i cartelli sotto il palco. “Questo è un incontro di cuori”, ha detto guardando i palloncini rossi che coloravano il pubblico. Il rapporto con chi la segue è infatti uno degli elementi che più ha caratterizzato la serata. Non c’è stata una distanza insormontabile tra il palco e le prime file: Giorgia ha cercato continuamente il contatto, ascoltando, rispondendo, sorridendo.

D’altra parte, il rapporto con la musica è qualcosa che fa parte della sua storia fin dall’infanzia. Nata a Roma nel 1971, Giorgia Todrani cresce in una famiglia legata alla musica: suo padre Giulio è stato cantante e musicista e, ancora giovanissima, lei comincia a esibirsi nei locali della capitale. Sono anni importanti per la formazione di una cantante che sviluppa una vocalità fortemente influenzata dal soul, dal rhythm and blues e dalla musica nera americana.

Prima del successo popolare, dunque, c’è la gavetta. Ed è proprio quella formazione a spiegare in parte la particolare elasticità della sua voce, capace di muoversi dal pop alla ballata, dal soul al jazz senza perdere riconoscibilità.

Poi è cominciata la sfilata degli ospiti. Irama l’ha raggiunta per Buio, in un duetto intenso, mentre Emma è arrivata per Ricordo di un amore di Pino Daniele. “Quand’ero più giovane dicevo: chissà se un giorno potrò cantare con lei. Quel giorno è arrivato”, ha raccontato Emma.

La frase racconta anche il ruolo assunto da Giorgia nel corso degli anni: quello di un’artista diventata a sua volta un riferimento per le generazioni successive. La sua carriera ha attraversato epoche musicali molto diverse, dal periodo d’oro del Festival di Sanremo all’avvento dello streaming, passando per il cambiamento del mercato discografico e delle modalità d’ascolto.

La consacrazione arriva proprio da Sanremo. Nel 1994 Giorgia si presenta al Festival con E poi e conquista immediatamente l’attenzione del pubblico. Un anno dopo torna all’Ariston e vince con Come saprei, entrando definitivamente nella storia della manifestazione. Il brano diventa uno dei simboli della sua carriera e, a Milano, ha assunto ancora una volta il significato di un ponte tra passato e presente. Ma il centro dello spettacolo è rimasto lei, Giorgia, e quella voce dalle radici soul che continua a rappresentare un unicum nel pop italiano. Oro nero ne è stata una dimostrazione, mentre Corpi celesti ha mostrato il lato più sensuale dell’ultimo album. Sono brani che appartengono a momenti diversi del suo percorso e che, messi uno accanto all’altro, raccontano la capacità di Giorgia di non rimanere imprigionata nell’immagine dell’interprete degli anni ‘90.

C’è stato spazio anche per Prince, con una Purple Rain intensa e impeccabile. Una scelta non casuale per un’artista cresciuta ascoltando e studiando soprattutto la grande tradizione musicale afroamericana. La sua interpretazione non ha cercato di imitare l’originale, ma di attraversarlo con la propria sensibilità.

Quando Giorgia è tornata sul palco in abito nero scintillante è arrivato il cuore della sua storia. Come saprei, accompagnata dal pianoforte e dagli archi sotto un cielo stellato, ha riportato al Sanremo vinto nel 1995. Per qualche minuto il tempo è sembrato davvero fermarsi. Il pubblico conosceva ogni parola e l’ha cantata insieme a lei, trasformando la performance in un momento collettivo di memoria.

Sono seguite E poi, Strano il mio destino e Spirito libero, in un continuo passaggio dalla ballata al pop più trascinante. Sono canzoni che appartengono a stagioni diverse, ma che sul palco trovano una nuova unità. Il concerto è diventato così anche un viaggio nella storia personale di chi ascolta: ogni brano è sembrato avere una data, un’estate, una relazione, un ricordo. L’apice emotivo è arrivato però con Di sole e d’azzurro, canzone che appartiene a un’altra fase della carriera di Giorgia, ma conserva intatta la propria forza. È proprio questa sua capacità di attraversare il tempo uno degli aspetti più sorprendenti.