MELBOURNE - È morto all’età di 82 anni Derryn Hinch, una delle figure più controverse e riconoscibili del giornalismo australiano. Giornalista, conduttore radiofonico e televisivo, editorialista e, per una legislatura, anche senatore, Hinch si è spento nel sonno. La notizia è stata annunciata dall’emittente radiofonica 3AW, dove aveva costruito parte della sua popolarità.
Nato in Nuova Zelanda, Hinch aveva iniziato la carriera nel 1960, appena quindicenne, al Taranaki Herald, prima di trasferirsi in Australia e intraprendere un percorso professionale che lo avrebbe portato a lavorare in quasi tutti i principali mezzi di comunicazione del Paese. Amava ricordare di essere stato licenziato “16 o 17 volte”, trasformando anche le battute d’arresto in parte della propria leggenda.
Negli anni trascorsi come corrispondente a New York per Fairfax affinò uno stile diretto e aggressivo che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica. Nel 1969 raccontò in diretta radiofonica il lancio dell’Apollo 11, prima di affermarsi come uno dei volti più noti della televisione australiana con programmi d’attualità sulle reti Seven e Ten. Le sue espressioni, come “That’s life” e “Shame, shame, shame”, entrarono nell’immaginario collettivo e furono oggetto di numerose imitazioni.
La carriera di Hinch fu però segnata anche dalle polemiche. Convinto che il diritto dell’opinione pubblica a conoscere l’identità dei criminali sessuali fosse superiore ai limiti imposti dalla legge, violò più volte gli ordini di riservatezza dei tribunali. Le sue campagne gli costarono tre condanne per oltraggio alla corte, periodi di detenzione e arresti domiciliari.
Tra i casi più noti figurano la pubblicazione del nome del sacerdote pedofilo Michael Glannon nel 1987 e, nel 2014, la scelta di trascorrere 50 giorni in carcere anziché pagare una multa di 100 mila dollari per aver rivelato informazioni riservate sull’assassino di Jill Meagher.
Per Hinch quelle battaglie rappresentavano una questione di principio. Sosteneva che la protezione della comunità doveva prevalere sulle norme sul segreto istruttorio e rivendicò sempre quelle scelte come alcuni dei momenti di cui andava più fiero.
Nel 2016, a 72 anni, decise di entrare in politica, venendo eletto al Senato a Canberra. Fece della tutela delle vittime e dell’inasprimento delle pene per i reati sessuali il fulcro della propria attività parlamentare.
Tra i risultati più significativi del suo mandato viene ricordata l’approvazione di una legge che limita la possibilità per i pedofili condannati di viaggiare all’estero. Successivamente fondò il Derryn Hinch Justice Party, sciolto nel 2022 dopo la sconfitta alle elezioni statali nel Victoria.
Anche la sua vita privata fu intensa quanto quella professionale. Sposato cinque volte, tra cui due volte con l’attrice Jacki Weaver, affrontò gravi problemi di salute, sopravvivendo nel 2011 a un tumore al fegato grazie a un trapianto. Continuò comunque a scrivere libri, partecipare al dibattito pubblico e lavorare ai suoi progetti editoriali fino agli ultimi mesi di vita.
Nel 2018 era stato inserito nella Australian Media Hall of Fame. In quell’occasione il collega Ray Martin lo definì “una leggenda del giornalismo australiano”, capace di inseguire una notizia con una determinazione fuori dal comune e di schierarsi, nella maggior parte delle grandi battaglie civili, dalla parte che riteneva giusta.
Fino alla fine, Hinch ha mantenuto lo stesso atteggiamento pragmatico nei confronti della morte che aveva raccontato in numerose interviste: senza timore, quasi osservandola con il distacco del cronista. Il suo saluto più celebre, destinato ad accompagnare anche il funerale, riassume forse meglio di ogni altra cosa il personaggio che è stato: “That’s life. Goodbye”.