“Io lo dico sempre: mi piacerebbe fare un’ultima stagione di Un medico in famiglia, magari poche puntate, ma che rappresentino davvero l’addio della famiglia Martini. Sarebbe bello chiudere quel cerchio raccontando ancora una volta una famiglia italiana, però con gli occhi di oggi”.
Lino Banfi parla con affetto di uno dei personaggi che più hanno segnato la sua carriera e il cuore del pubblico. Il suo Nonno Libero è diventato molto più di un ruolo televisivo: è entrato nelle case degli italiani come una presenza familiare, una figura capace di unire generazioni diverse.
“La cosa curiosa è che a un certo punto la gente non mi diceva più: ‘Abbiamo guardato Un medico in famiglia’. Mi diceva: ‘Abbiamo visto Nonno Libero”’. Quel personaggio aveva preso una vita propria. È una delle soddisfazioni più grandi per un attore: quando il pubblico non vede più soltanto il lavoro che hai fatto, ma riconosce una persona, quasi fosse un parente”.
Secondo Banfi, il segreto di quella storia era la capacità di raccontare la quotidianità senza costruire mondi troppo lontani dalla realtà.
“In quegli anni c’erano anche grandi serie americane che raccontavano famiglie completamente diverse, con ambientazioni lontane dalla nostra vita. Noi invece portavamo sullo schermo una famiglia italiana vera: con le discussioni, i problemi, gli abbracci, le difficoltà e il desiderio di restare uniti. Oggi si potrebbe rifare, magari lasciando ai giovani sceneggiatori il compito di raccontare la società di adesso”.
L’attore immagina quindi un ritorno capace di parlare al presente, affrontando anche argomenti che un tempo erano meno presenti nella televisione generalista.
“Mi piacerebbe vedere una famiglia contemporanea, con tutte le sue trasformazioni. Bisogna avere il coraggio di raccontare temi nuovi, come l’omosessualità o i cambiamenti nei rapporti familiari, senza perdere però quel calore che era la forza della serie. La famiglia cambia, ma il bisogno di volersi bene rimane”.
Il rapporto con Nonno Libero è rimasto profondissimo anche dopo la conclusione della serie. “Quando sono tornato vicino alla casa dei Martini mi sono emozionato. Ho rivisto quell’albero che avevamo piantato durante una scena tanti anni prima: era diventato enorme. Mi è sembrato quasi un simbolo. Noi abbiamo piantato una storia e quella storia è cresciuta insieme alle persone che l’hanno seguita”.
Dietro il personaggio televisivo c’è la lunga storia di Pasquale Zagaria, il ragazzo nato in Puglia che ha scelto il palcoscenico come strada di vita.
“Io sono partito da molto lontano. Prima di diventare Lino Banfi ero Pasquale, un ragazzo del Sud con tanta voglia di fare spettacolo. Ho conosciuto il teatro popolare, l’avanspettacolo, le sale piene di gente che rideva e si emozionava. Quella è stata la mia vera scuola”.
Gli inizi non furono semplici, ma proprio quelle esperienze contribuirono a costruire lo stile che lo avrebbe reso famoso. “La gavetta mi ha insegnato una cosa importante: devi ascoltare il pubblico. Puoi avere tutta la tecnica del mondo, ma se non riesci ad arrivare alle persone non serve a niente. La comicità nasce dalla vita vera, dai difetti, dalle abitudini, dalle piccole cose di ogni giorno”.
Nel corso della carriera Banfi ha attraversato molte stagioni dello spettacolo italiano, dal cinema alla televisione, diventando uno degli interpreti più riconoscibili della commedia popolare. “Ho avuto la fortuna di fare tanti lavori diversi e di incontrare generazioni di spettatori. La cosa che mi emoziona di più è vedere che mi riconoscono sia i bambini piccoli sia le persone anziane. Un bambino può conoscermi grazie alle repliche televisive, mentre un nonno magari mi segue da quando facevo cinema. Questo significa che un personaggio può superare il tempo”.
Per Banfi il successo più importante non è soltanto quello professionale, ma quello umano costruito negli anni. “Io credo che un artista debba lasciare qualcosa alle persone. Non parlo soltanto di risate. Se qualcuno ti ferma per strada e ti vuole abbracciare perché un tuo personaggio gli ha fatto compagnia in un momento difficile, quello vale più di qualsiasi premio”.
Un altro rapporto speciale nella vita dell’attore è stato quello con papa Francesco, nato da incontri vissuti con grande semplicità. “Con papa Francesco è successo qualcosa di particolare. Con lui mi sono sentito subito accolto. Gli chiesi scherzando se potevo diventare il suo giullare e lui mi rispose di raccontargli una barzelletta. Era il suo modo di avvicinare le persone, con un sorriso”.
Banfi ha raccontato anche un momento molto personale legato alla moglie Lucia, con cui ha condiviso gran parte della sua vita. “Un giorno gli raccontai una cosa che mi aveva detto mia moglie: visto che andavo dal Papa, mi aveva chiesto di domandargli se fosse possibile non separarsi mai, perché uno senza l’altro avrebbe fatto fatica. Il Papa mi rispose con grande umanità che nessuno ha quel potere, ma che la sua benedizione e la sua preghiera sarebbero state con noi”.
Quel legame umano è rimasto nel cuore dell’attore. “Quando una persona ti dà affetto vero, quando senti che ti ascolta e ti vuole bene, non la dimentichi. Ci sono incontri che restano dentro come quelli con un familiare”.