LONDRA – Il conto alla rovescia è ora scattato anche ufficialmente, ma di suspense non c’è nemmeno l’ombra. La scontata successione di Andy Burnham al dimissionario Keir Starmer alla testa del Partito laburista e del governo britannico si avvia sempre più chiaramente sulla strada di una rapida incoronazione solitaria.
L’iter interno al Labour si è messo in moto in queste ore con la raccolta delle candidature per le quali c’è tempo una settimana. Ma l’ultimo potenziale contendente residuo evocato dai media, l’ex vice ministro della Difesa ed ex militare di carriera Al Carns, ha provveduto a svuotare la liturgia di ogni significato concreto, annunciando in extremis la sua rinuncia a provare a scendere in campo come alternativa (per quanto di bandiera) al 56enne ex sindaco di Manchester ed esponente della corrente della “soft left”.
Considerato un “falco” nel Labour sul fronte delle spese militari, e dimessosi di recente dal governo Starmer assieme al ministro John Healey per le promesse a suo dire non mantenute in materia dal premier uscente, Carns si è chiamato fuori senza girarci intorno.
“Non è il momento di far perdere tempo al partito”, ha detto, “dobbiamo riunirci attorno ad Andy”. In precedenza aveva dichiarato di non poter garantire il proprio sostegno al cosiddetto “re del Nord”, sulla carta più progressista di lui, in assenza di garanzie programmatiche. Ma deve averci ripensato, evidentemente, come d’altronde aveva già fatto Wes Streeting, ambizioso ex ministro della Sanità e beniamino della destra interna post-blairiana, allineandosi a sua volta al vincitore annunciato.
Tecnicamente, la partita per la formalizzazione del dopo-sir Keir entrerà nel vivo la prossima settimana, con la scadenza il 16 luglio dei termini per la presentazione delle candidature alla leadership dinanzi al Comitato esecutivo nazionale laburista (NEC). Sarà necessario avere il sostegno di almeno 81 deputati del gruppo parlamentare di maggioranza (il 20% dei 402 totali), nonché di almeno 32 delle 632 branche locali del partito e di tre dei 31 fra sindacati e società politiche affiliate, per poter accedere a una successiva elezione fra gli iscritti.
Numeri che Burnham risulta aver già largamente superato all’atto dell’apertura formale dei giochi. Se alla fine i candidati fossero più d’uno, il voto si svolgerà poi in estate, con la proclamazione dell’eletto entro inizio settembre. Se invece, come sembra certo, l’ex sindaco di Manchester resterà l’unico nome in corsa, la designazione sarà sancita dal solo gruppo parlamentare il 17 luglio - senza coinvolgimento della base, comizi o dibattiti pubblici estivi - e il prescelto subentrerà a Downing Street a Starmer (dimissionario da giugno) lunedì 20 luglio: dopo i passaggi rituali con re Carlo III nella sua veste di capo dello Stato.
Epilogo che offrirà il destro alle forze di opposizione per denunciare l’assenza di un “mandato popolare” diretto a Burnham. Ma che gran parte dei deputati laburisti attende invece come una liberazione, nella consapevolezza che Andy sia al momento la figura di gran lunga più popolare di cui il partito disponga per provare a rilanciarsi dopo mesi di tracollo nei consensi.
Oltre che il simbolo di una possibile “ventata di aria nuova” (caratterialmente e politicamente) rispetto a un predecessore senza appeal, logoratosi irrimediabilmente in due anni scarsi al potere.
Un elemento di presunta novità tutto da misurare peraltro nella concretezza dei programmi, della squadra di governo, dei margini di manovra e di coraggio che Burnham potrà o vorrà mettere in campo. In un contesto nel quale gli scandali finanziari di Reform Uk - il partito della destra trumpiana anti-immigrazione di Nigel Farage balzato in testa ai sondaggi nell’ultimo anno - e l’elezione suppletiva “farsa” in cui lo stesso Farage appare destinato a scontrarsi ad agosto con un comico mascherato da bidone dell’immondizia offrono senza dubbio un’ulteriore finestra di opportunità. Ma da sfruttare in fretta.