CASTELAR (BUENOS AIRES)  “Se n’è andata Nora, la nostra Norita. Se n’è andato il suo sorriso, con cui rischiarava l’aria intorno a sé e portava ovunque andasse una luce di speranza”. Parla in modo sommesso Diego Zuretti, l’avvocato dell’associazione di Madres de Plaza de Mayo – Linea fundadora. A voce bassa e lentamente, quasi a temere che l’emozione prenda il sopravvento e gli impedisca di continuare.

È morta a 94 anni, il 30 maggio, Nora Cortiñas, attivista per i diritti umani, madre di Plaza de Mayo, madre di Carlos Gustavo e dei 30mila desaparecidos dell’ultima dittatura civico-militare argentina.

“Tanto minuta e piccola di statura – aggiunge Zuretti –. Eppure, vicino a lei, sentivi tutta la forza che sprigionava la sua figura, la sua irriverenza davanti al potere”.

Compagna di strada e di battaglia di molte altre madri di origine italiana, come Lita Boitano e Vera Jarach. Infaticabile lottatrice, alla ricerca della verità (mai svelata dai militari) sul destino di suo figlio Carlos Gustavo, sequestrato il 15 aprile 1977. E da allora desaparecido. Come i due figli di Lita, Miguel Ángel e Adriana. Come Franca, la figlia di Vera.

Nora Irma Morales nasce nel 1930 in una famiglia di origine spagnola. Si sposa giovanissima, ad appena 19 anni, con Carlos Cortiñas. Nel 1952 nasce Carlos Gustavo, seguito da Marcelo. La famiglia vive a Castelar, nel conurbano di Buenos Aires. “Zona Oeste” come viene chiamata, in modo poco fantasioso.

Gustavo si era unito alla Juventud Peronista. Faceva volontariato nella Villa 31, baraccopoli cresciuta intorno alla stazione ferroviaria di Retiro. Era abbastanza per diventare un bersaglio dei militari che il 24 marzo 1976, con un colpo di Stato, avevano preso il potere.

Nora è preoccupata, lo implora di non esporsi. Gustavo risponde che qualcuno deve pur farlo. La madre capisce e non gli chiede più nulla.

Verrà rapito da una patota (un commando) alla stazione ferroviaria di Castelar. Aveva 24 anni, era sposato e aveva un bambino.

Nora lo cerca ovunque, in tutti gli ospedali, obitori, commissariati. Chiede aiuto ai pochi organismi per i diritti umani che non avevano chiuso i battenti.

Sente parlare di un gruppo di donne che si riuniscono in Plaza de Mayo a Buenos Aires, davanti alla Casa Rosada, il palazzo del Governo.

Erano madri che cercavano i loro figli e avevano iniziato a trovarsi in piazza per confrontarsi, elaborare strategie comuni, capire come muoversi. E siccome la polizia vietava loro di fermarsi a parlare – tre persone ferme per strada a chiacchierare potevano essere arrestate - pensarono bene di mettersi a camminare.

Non che questo garantisse loro l’incolumità. Tre compagne – Azucena Villaflor, Esther Ballestrino e María Eugenia Ponce – vengono sequestrate e non fanno mai più ritorno.

Malgrado la paura, Nora non si è fermata ed è diventata una delle responsabili di Madres de Plaza de Mayo – Linea fundadora. Dal 1977 ha continuato a marciare con le altre madri, a chiedere “verità e giustizia” anche dopo la caduta della dittatura, nel 1983, e il ritorno alla democrazia.

Verità e giustizia.

Mai vendetta, mai una richiesta che uscisse dall’istituzionalità democratica, dal diritto, dalla legalità.

Non è mancata nemmeno una volta alla ronda che si ripete ancora oggi tutti i giovedì pomeriggio, per tenere viva la memoria dei 30mila desaparecidos e per reclamare quella parte di verità che non è mai uscita dagli archivi militari argentini e statunitensi.

In piena Guerra Fredda, gli Usa avevano implementato in Sudamerica il cosiddetto Plan Condor, un accordo per combattere eventuali governi socialisti, pure se espressi dal voto popolare come per il Cile di Salvador Allende. Sempre agli Usa si deve l’addestramento alla tortura e a tecniche antiguerriglia per i vertici militari, a sua volta mutuato dalle tecniche di repressione usate dai francesi in Algeria.

Anche l’Italia ci aveva messo lo zampino, visto che Jorge Rafael Videla, il capo della Giunta militare al governo tra il 1976 e il 1978, era affiliato alla Loggia P2 e amico personale di Licio Gelli.

Ma questo, all’epoca, le “madri” non lo sapevano. Erano donne di estrazione piccolo borghese, che non si erano mai occupate di politica. Alcune di loro, all’inizio, avevano addirittura visto di buon occhio l’intervento dei militari in un’Argentina sull’orlo della guerra civile.

Un’immagine recente di Nora con il ritratto di Carlos Gustavo.

Fu grazie alle loro riunioni, in quella piazza, che si seppe cosa succedeva in Argentina. Nel 1978, per i Mondiali di calcio, arrivarono a Buenos Aires giornalisti da tutto il mondo. Le donne li avvicinavano, chiedevano aiuto, raccontavano le loro storie. Le autorità militari avevano consigliato di occuparsi di calcio e soprattutto di ignorare “quelle povere pazze” che stazionavano in piazza, di non assecondare i loro deliri.

Ma anche tra noi giornalisti c’è qualcuno che decide di fare sul serio il proprio lavoro. Che non vuol dire obbedire agli ordini, come pretendono i burocrati del genocidio, ma l’esatto contrario. E trapelarono le prime storie.

Nora e le altre madri un giorno hanno smesso di camminare e hanno iniziato a marciare. È la trasformazione del dolore privato in lotta politica. Non è mai stato un girare in tondo, il loro. Con la schiena ogni giorno più curva, ma al tempo stesso più dritta.

“Era instancabile, Nora – dice ancora Diego –. Non c’era ingiustizia, diritto calpestato che non la obbligasse a intervenire, sempre dalla parte degli umili e dei deboli. Così la voglio ricordare. Ora, dopo aver tanto camminato, è arrivato il momento di riposare”.

L’ultima volta che Nora è andata in piazza è stato all’inizio di maggio, poi i problemi di salute gliel’hanno impedito. Il 17 maggio è stata sottoposta a un intervento chirurgico per un’ernia, ma a causa di complicazioni legati all’età e ad altri problemi di salute non è mai uscita dalla terapia intensiva dove era stata ricoverata dopo l’operazione.

Alle 18,41 di giovedì 30 maggio la famiglia ha annunciato la morte. Pochi minuti dopo al centro di Plaza de Mayo è apparso un cartello con la scritta “Nora Eterna”, mentre migliaia di persone si sono radunate spontanemanete per renderle omaggio con una ronda raccolta e commossa intorno alla Piramide, nel luogo dove ogni giovedì si trovava Nora con le sue compagne.

La veglia sarà venerdì 31 maggio dalle 9 alle 18 a Castelar, nell’Espacio de la Memoria y de la Vita (Predio Mansion Quinta Seré, calle Santa María de Oro 3530), uno dei tanti centri clandestini di detenzione della dittatura, poi trasformato in spazio museale.

Forse Gustavo è stato tenuto prigioniero proprio in quel luogo. Ma una cosa è certa: ora sono insieme. E il loro sorriso è qui, a illuminare l’aria.