WASHINGTON - Con la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, prende ufficialmente il via la fase negoziale che dovrà trasformare il documento in un accordo definitivo.

Ad annunciarlo è stato il vicepresidente Usa JD Vance, che ha confermato l’inizio del conto alla rovescia dei 60 giorni previsti dall’intesa e, allo stesso tempo, ha rivolto un duro avvertimento a Israele: “Non dovrebbe attaccare l’unico alleato che ha”. 

Donald Trump ha firmato il memorandum a Versailles, durante la cena che ha concluso il G7 in Francia. Ora, ha spiegato Vance, si apre formalmente la fase dei negoziati.

“Direi che il periodo di 60 giorni è ufficialmente iniziato oggi. Considerata la differenza di ora, direi che sia stato tecnicamente firmato oggi nell’orario dell’Iran quindi sì l’accordo è iniziato oggi, l’orologio è scattato oggi”, ha dichiarato. 

I colloqui si concentreranno in particolare sul futuro del programma nucleare iraniano, uno dei dossier più delicati dell’intesa. Nel frattempo, sono già entrate in vigore alcune delle misure previste dal memorandum, tra cui la riapertura dello Stretto di Hormuz e la rimozione del blocco navale statunitense. 

Vance ha sottolineato che Washington considera fondamentale garantire la libertà di navigazione nell’area. “Non vogliamo che succeda di nuovo”, ha detto riferendosi alla chiusura dello Stretto di Hormuz, aggiungendo che “noi crediamo che un passaggio marittimo internazionale non debba avere pedaggi, e questa è la nostra posizione”. 

L’accordo prevede che per tutta la durata dei negoziati, ossia per 60 giorni, il traffico marittimo attraverso Hormuz avvenga senza alcun costo. Tuttavia, secondo il vicepresidente, il punto centrale non riguarda soltanto l’aspetto economico.

“Non si tratta dei pedaggi” - afferma - “ma di garantire che lo stretto non venga mai più usato per strozzare l’economia globale. Francamente non credo che questo sia quello che vogliono gli iraniani, non è quello che vuole l’Oman”. 

Tra i temi più discussi vi è anche il piano di investimenti e sviluppo economico che potrebbe portare fino a 300 miliardi di dollari all’Iran. Vance ha ribadito che tali risorse saranno strettamente subordinate al rispetto degli impegni assunti da Teheran.

“Il semplice fatto che l’unico modo in cui gli iraniani avranno queste risorse è che rispettino a pieno l’accordo e che cambino il loro comportamento”, ha spiegato, precisando che “in ogni caso non un singolo centesimo arriverà dagli Stati Uniti” e “in nessuna circostanza”. 

Secondo il vicepresidente, l’intesa rappresenta comunque un vantaggio strategico per Washington. “Così abbiamo veramente una win-win situazione per gli Usa se gli iraniani non cambiano il loro atteggiamento, il loro esercito e il loro programma nucleare è già distrutto. Se cambiano, allora avranno una relazione trasformativa con il Medio Oriente”. 

Vance ha inoltre respinto le accuse secondo cui la pubblicazione del memorandum sarebbe stata caratterizzata da confusione e continui rinvii. Rispondendo alle domande dei giornalisti, il vicepresidente ha spiegato che le modifiche alla tempistica dell’annuncio erano legate soprattutto alle richieste avanzate da Teheran riguardo alla traduzione del testo. “Gli iraniani volevano una traduzione in persiano del memorandum con cui si sentissero a proprio agio e, naturalmente, una volta completata la traduzione in farsi, il Dipartimento di Stato doveva verificare che corrispondesse al significato del testo inglese”.  

Secondo Vance, proprio questo lavoro di verifica ha contribuito ai ritardi nella pubblicazione. “Credo che sia questo che stava accadendo. Il testo ora è pubblico. Avevamo detto che saremmo stati trasparenti, ma il motivo per cui c’è stato un po’ di avanti e indietro sulla data esatta della pubblicazione è che stavamo cercando di dimostrare buona fede agli iraniani, che, per ragioni che non conosco, tenevano molto a come il testo venisse presentato”.  

La parte più incisiva dell’intervento è stata però quella dedicata a Israele, dopo le tensioni emerse negli ultimi giorni tra l’amministrazione Trump e il governo di Benjamin Netanyahu.  

Il vicepresidente ha criticato apertamente gli esponenti dell’esecutivo israeliano che hanno contestato il memorandum con Teheran e, in alcuni casi, attaccato personalmente il presidente Usa.

“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi hanno attaccato personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico Capo di Stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”. 

Inoltre, Vance ha ricordato che “negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che ha protetto la vostra Nazione (Israele) sono state costruite da mani statunitensi e pagate con soldi di contribuenti statutnitensi. Se io fossi nel governo israeliano non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nel mondo intero”. 

Il vicepresidente ha quindi invitato la leadership israeliana a concentrarsi sulle sfide strategiche che il Paese si trova ad affrontare, anziché polemizzare con Washington. “Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. 

Infine, Vance ha difeso le recenti critiche rivolte da Trump a Netanyahu dopo i bombardamenti israeliani su Beirut, collegandole al momento particolarmente delicato attraversato dai negoziati. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”. 

Parole che confermano come, mentre Stati Uniti e Iran si preparano ad affrontare due mesi di negoziati cruciali, l’altro fronte aperto per l’amministrazione Trump resti quello con Israele, sempre più irritato da un’intesa che considera una concessione eccessiva a Teheran.